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Internet delle cose, perché al Paese tavoli e chiacchiere non bastano più - di Laura Rovizzi

Ai decisori si apre ora l’arduo compito di “cavalcare” l’onda del processo innovativo garantendo lo sviluppo di soluzioni “open” e neutrali, e favorendo la diffusione di una cultura digitale tra cittadini e imprese che sappia far cogliere tutte le opportunità di questo nuovo mercato

di Laura Rovizzi, CEO Open Gate Italia

Mai come negli ultimi mesi il dibattito tra varie istituzioni si è riempito di sigle che hanno a che fare con il settore dell’Information Technology: Ioe, Iot, M2M… Lo sviluppo delle soluzioni innovative collegate “in rete” sta ponendo una serie di interrogativi ai decisori politici, che hanno il difficile compito di accompagnare lo sviluppo di tali innovazioni mantenendo una sostanziale neutralità tecnologica di base.

Tiscar e la Presidenza del Consiglio hanno promosso un tavolo di lavoro sull’ Internet of Things, con l’obiettivo di elaborare un documento che fornisse ai decisori delle linee guida “orizzontali”, in grado di dare una visione di insieme del panorama nazionale. Tutti si aspettavano una presentazione dei risultati del tavolo entro la fine dello scorso anno, c’è chi aveva anche ipotizzato che si sarebbe utilizzato lo scenario di Venaria per questo scopo, ma il documento per ora è rimasto nei cassetti di Palazzo Chigi.

In maniera più riservata si era mosso anche il Ministero dello Sviluppo Economico, che aveva costituito al suo interno una task force capitanata dal direttore Stefano Firpo sul tema del Manufactoring 4.0. Qui l’obiettivo era più ambizioso: verificare quali soluzioni potrà adottare in futuro il Ministero per incentivare i distretti industriali e le piccole e medie imprese a fare il salto competitivo della quarta rivoluzioni industriale. Anche qui i lavori della task force sembra siano conclusi, ma i risultati sono ancora tenuti in segreto, anche se Firpo ha dichiarato di recente l’intenzione di confrontarsi a breve sul tema con tutti gli stakeholder.

C’era stata poi l’Autorità Garante della Privacy ad interrogarsi sul tema della sicurezza dei dati nei servizi e applicazioni IoT. Il Garante ha avviato una consultazione, a novembre sono scaduti i termini per presentare i contributi, ma da allora nulla è trapelato su quali siano i risultati.

A fare la sua parte è intervenuta anche l’AGCOM, che ha inizialmente avviato una consultazione sui servizi di comunicazione M2M, e successivamente ha costituito un tavolo di lavoro “multilaterale”, dove da un lato ha posizionato tutti gli operatori del settore, ai quali chiedere sostanzialmente quali siano i colli di bottiglia normativi per lo sviluppo delle tecnologie innovative, mentre dall’altro ha riunito in un bureau i rappresentanti delle altre autorità e agenzie coinvolte (AGID, AEEGSI, ART) e del Ministero dello Sviluppo Economico per discutere delle soluzioni da adottare.

Quali che siano le soluzioni normative del futuro, una cosa è certa: l’Internet of Things (IoT) sarà la prossima rivoluzione nell’ecosistema dei servizi radiomobili ma lo sarà anche per altri attori del panorama più ampio dell’IT, e ogni decisione e linea guida a livello di policy non potrà prescindere da una comprensione dettagliata degli ambiti competitivi in cui si muovono queste categorie di attori.

Vista dal punto di vista dei fornitori di connettività, dei loro fornitori e anche dei loro regolatori di settore, il primo pensiero va alle reti che interconnetteranno tutti gli oggetti. Machina Research ha stimato che entro il 2025 ci saranno nel mondo circa 30 miliardi di dispositivi connessi attraverso le reti mobili (tecnologie 2G, 3G e 4G) ma anche circa 7 miliardi di device connessi per mezzo di reti a bassa potenza ed ampio raggio, chiamate anche Low Power Wide Area (LPWA). Sono reti caratterizzate da basse velocità, scambio di poche decine o centinaia di bit, durata delle batterie anche maggiori di 10 anni (i dispositivi rimangono inattivi ed in stand by senza trasmettere per periodi anche lunghi). I vari competitor stanno sviluppando diverse tecnologie LPWA dividendosi nella scelta dell’utilizzo o meno dello spettro licenziato: dal narrowband LTE-M (in via di standardizzazione da parte del GSMA) al Long Range-LoRa wireless (nato dal contributo dall’alleanza tra Actility, Cisco, Bouygues Telecom, Proximus, SingTel, Semtech, Swisscom, IBM, SingTel, KPN, etc), fino ai servizi SIGFOX con tecnologia proprietaria.

Un altro nodo cruciale sarà lo sviluppo delManufactoring 4.0, ovvero la capacità del sistema imprenditoriale a fare propria questa spinta di innovazione che viene considerata cruciale per la competitività del nostro Paese. E’ il vero nodo che interseca tutti gli ambiti dell’Internet delle Cose: l’interconnessione di sensori (servizi M2M), l’evoluzione dei processi di collaboration (servizi P2P) e l’evoluzione dell’elaborazione di grandi moli di dati (servizi M2P): non solo Data Analytics ma anche Cloud Computing e Predictive Data. Le previsioni di Cisco non sono incoraggianti: solo il 7% delle aziende è pronta ad abbracciare questa trasformazione sinergica, questa sarà la vera barriera di ingresso al processo innovativo.

Altro tema fondamentale sarà la gestione della grande mole di dati. Secondo Gartner l’enorme volume e velocità dei dati provenienti da sensori e “smart object” genererà forti criticità di sicurezza, gestione dei dati, storage, server e networking. Gartner sostiene che le organizzazioni saranno costrette a cambiare strategia, invece di continuare a centralizzare la gestione in grandi data center dovranno aggregare i dati in diversi piccoli centri distribuiti dove gestire le prime fasi dell’elaborazione, per poi inviare i “semilavorati” più rilevanti al data center principale per ulteriori analisi . Ma questo prospetta notevoli problemi di governance.

Se poi si vuole considerare anche un altro tema fondamentale come lo sviluppo delle smart cities, l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano sottolinea ormai da anni l’importanza dello sviluppo delle SUI – Smart Urban Infrastructures – che abilitano e contribuiscono al progresso  civile e soprattutto al miglioramento della qualità della vita urbana. Nelle nostre case e nei nostri scantinati ormai ci stiamo abituando a convivere con nuovi oggetti come il contatore del gas «smart», ma già alcune amministrazioni stanno installando contatori intelligenti multiservizio che vanno oltre i servizi delle Utility (Elettricità, Gas, Acqua) e le nostre strade si stanno riempiendo di sistemi sensoristici al servizio del cittadino:  dalla verifica del riempimento dei cassonetti dei rifiuti, al monitoraggio degli spazi verdi pubblici, al controllo del  traffico, dei parcheggi ecc…  Tutti questi oggetti interconnessi costituiranno un’infrastruttura di secondo livello condivisa tra più applicazioni e più carriers che garantisca la transizione verso la città intelligente ed abiliti servizi B2Citizen importanti per i Governi centrali e locali.

I temi di policy da trattare sono ancora tanti e l’insieme dei fattori da tenere in considerazione è certamente complesso. Ai decisori l’arduo compito di “calvacare” l’onda del processo innovativo garantendo lo sviluppo di soluzioni “open” e neutrali, e favorendo la diffusione di una cultura digitale tra cittadini e imprese che sappia far cogliere tutte le opportunità che offre il mondo delle sigle IoE, IoT, M2M, P2P….

FONTE: Agenda Digitale

The new broadband utility and Openreach debate - Dieter Helm

The prime Minister has said that we should have, by right, access to fast broadband and it should be thought of like the services for electricity, water, transport and all the other utilities. He is absolutely right, but the implications of treating broadband as a new utility are quite profound. Broadband is now a core essential service, everybody needs it, the economy relies upon it, and the absence of fast broadband has become a serious detriment to businesses and lots of people, particularly in rural areas who cannot access even basic services.

To turn the PM’s ambition into a reality, the immediate task is to set up Openreach as a stand-alone broadband utility, tasked with the roll out of fibre and the delivery of this new universal service. Inside BT, it is unlikely to deliver what is needed. BT’s incentives are not clean: it has the revenues from its copper wires to protect, and its ambitions to provide a broad range of services, including TV, put it in direct competition with other users of its broadband network. Furthermore, BT’s cost of capital is likely to be higher than that of a stand alone utility, and as result investment will be more costly and hence lower. To leave BT in charge will risk a repetition of all the problems which were experienced with the British Gas example. In the end, detailed and intrusive conduct regulation cannot overcome the problems created by BT’s deep conflict of interest, and only a clean structural separation, and a focus solely on providing fast universal broadband will have a chance of meeting the Prime Minister’s objective.

Video presentation also available here

SCARICA IL PDF – The New Broadband Utility 26.01.16.pdf

 

FONTE: Dieter Helm

Tavola Rotonda Il futuro del 'digitale': tra Mercato unico digitale (DSM) e trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP) - Gaetano Pellegrino

Intervento Ing. Gaetano Pellegrino alla Tavola Rotonda

Il futuro del ‘digitale’: tra Mercato unico digitale (DSM) e trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)
martedì 10 novembre 2015 – Sala convegni Consiglio Nazionale delle Ricerche

La consapevolezza digitale ed il principio di trasparenza e responsabilità delle aziende dell’ICT.

Prospettive e ruoli

Per quel che riguarda l’apporto conoscitivo di una società di consulenza – che opera con clienti internazionali – attenta alle dinamiche economiche attuali, il tema della Tavola Rotonda ( Futuro del digitale tra Mercato Unico digitale (DSM) e Trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)) merita di essere letto, con un occhio di riguardo alle prospettive e ai ruoli dei soggetti coinvolti all’interno della più grande dimensione che verrà a crearsi attraverso la condivisione dello spazio economico del Mercato Unico digitale e del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti.

La fase di sviluppo molto partecipata del mercato unico digitale da un lato, e la fase di negoziazione oscura e incerta del trattato transatlantico dall’altra, ritengo non sia ancora matura per alcuna risposta netta, ma sicuramente spinge a guardare queste evoluzioni con la volontà neutra di comprenderne numerosi elementi per una prestazione efficace sul futuro, coerentemente alle finalità delle due dimensioni.

Per tale ragione, l’attenzione su una materia così determinante come quella del commercio internazionale che coinvolge tutti i livelli della società – a partire da quella civile, passando per quella politica, quella economica e quella giuridica – in questo momento specifico si impone con alcune domande: Chi sono coloro che in questo mercato sono coinvolti? E come il soggetto digitale-consumatore si può approcciare a questa nuova dimensione che nascerà?

Additional background

Secondo i dati della Commissione europea, la previsione della costruzione di un DSM è determinata da un dato elementare, cioè quante persone (europee) al giorno usano Internet. Esso si aggira intorno ai 315 milioni di cittadini. Il mercato unico digitale, cioè un mercato che è unico perché è unificato, sarebbe in grado di far crescere economicamente la zona comune economica di circa 415 miliardi di euro, creando così posti di lavoro. Tuttavia, i servizi che questi soggetti digitali utilizzano sono per la maggior parte basati in USA (54%); di poco inferiore sono i nazionali (42%), di contro ai transfrontalieri nell’UE (4%). Secondo le previsioni della Commissione, per sviluppare il mercato si dovrebbe migliorare l’accesso dei consumatori e delle imprese ai beni e ai servizi digitali in tutta Europa, cioè gli utenti dovrebbero trovare un vantaggio nell’acquistare beni e servizi nell’intera UE. Perché ciò sia possibile, tutti gli Stati UE dovrebbero applicare al commercio elettronico le stesse regole, così da permettere alle imprese di intensificare la vendita online, rendendo uniforme anche il diritto d’autore, poiché, secondo l’orientamento dei gusti degli utenti, molte persone tendono a cercare contenuti nella loro lingua anche all’estero. Inoltre, la Commissione sostiene la promozione dell’economia digitale attraverso solide norme europee di protezione dei dati, comuni a tutti e, infine, la creazione di un’economia di carattere inclusivo che guardi alle potenzialità di crescita della società digitale dal punto di vista di ciò che può diventare un dato digitale memorizzato.

Questa previsione della Commissione, che punta a creare una profonda unità all’interno dello spazio europeo, come si confronta con il TTIP che, da quanto è diffuso come conoscenza, si atteggia a essere un trattato di divisione e non di coesione tra aree economiche? Stando ai pochi dati diffusi sull’argomento, il cui accesso è avvenuto grazie alle spinte delle associazioni dei consumatori e di numerosi interventi e richieste politiche, cosa possiamo aspettarci? Quale sarà la dimensione che si verrà a creare tra gli obiettivi del TTIP e gli obiettivi della Commissione europea rispetto al mercato digitale, alla tutela dei diritti online e quindi all’estensione della quantità degli oggetti che verranno in un futuro definiti “dati digitali”?

Come verrà pensato questo mercato transfrontaliero tra l’economia degli Stati Uniti d’America e l’economia, soprattutto economia digitale, dell’Unione Europea e dei singoli Stati Membri, visto che – come la stessa Commissione europea evidenzia – non sono state ancora definite perfettamente le regole comuni che intensifichino gli scambi online, e così la tutela del diritto d’autore e quindi la tutela della riservatezza dell’utente? Soprattutto su questo ultimo punto, qual è lo scacco in tema di privacy, dato che il concetto di privacy non è uniforme tra il territorio americano e il territorio europeo? Cosa determinerà il TTIP in materia di privacy dei dati dell’utente? L’Unione Europea avrà la libertà di difendere quegli obiettivi raggiunti in sede legislativa, in sede giuridica, sulla tutela dei diritti online o dovrà cedere questo tesoro prezioso alle ragioni di un trattato di cui ancora poco si sa, fermo restando il beneficio del dubbio sulla presenza anche di elementi molto positivi per lo sviluppo interno del nostro mercato digitale unico?

 
Il trasformismo di Internet

Le due dimensioni, quella in itinere palese del mercato unico digitale, e quella in itinere meno chiara, meno evidente del TTIP, congiuntamente, come fanno i conti con la realtà, con la natura di quello che è Internet, cioè il suo trasformismo, la sua capacità di cambiare, mutare contestualmente allo sviluppo dell’economia e così di essere trasformante a sua volta – e trasformante significa che esso non è stabile e che a sua volta non determina stabilità –  rispetto agli oggetti che coinvolge nella sua dimensione?

La capacità trasformatrice della rete non è soltanto una questione che riguarda l’Internet come oggetto, come terreno, ma è una questione che riguarda a priori la capacità trasformista di quella che è la personalità dell’utente digitale, capace ora di essere soggetto forte ora soggetto debole.

Ecco perché è importante in questa fase di sviluppo dell’idea di mercato digitale, e di promozione delle attività volte all’armonizzazione legislativa e unificatrice delle pratiche politiche e sociali, interrogarsi e da lì lavorare su quella che è la forma e la sostanza di questa personalità giuridica. Chi è questa maschera che cambia maschera? Cosa vuole da Internet? E come vuole comportarsi e come devono essere tutelati i suoi diritti nelle azioni imprevedibili che può compiere?

 

La consapevolezza digitale

Affinché la cultura digitale sia davvero diffusa, occorrono due cose: la prima è lavorare sulla consapevolezza digitale, cioè la personalità giuridica del soggetto digitale che è in grado di trasformare sé stesso attraverso l’uso della tecnologia; la seconda è quella di ritornare al principio di trasparenza e responsabilità delle aziende dell’ICT. I due elementi sono profondamente legati e non possono essere pensati come fasi divise.

Poiché le aziende ICT credono nell’espressione del consenso come manifestazione della consapevolezza sull’utilizzo dei dati dell’utente, del soggetto digitale (e questa è stata una grande conquista nel mondo del diritto), è fondamentale osservare in modo costante come questa personalità digitale cambia, si trasforma, si riadatta e incide sull’economia digitale. Apparendo ormai impraticabile una semplificazione dell’ambiente digitale, potrebbe essere opportuno puntare sul rinnovamento progressivo del rapporto tra soggetto digitale e consapevolezza digitale. Se il contesto è così trasformista e complesso, anche la consapevolezza digitale, cioè il profilo, la manifestazione, del soggetto digitale, è trasformista e complessa; così trasformista da dover reinventare sé stessa e la sua forma giuridicamente agente nell’ambito digitale. La bellezza della personalità digitale sta anche in questo: essere facilmente mutevole, ed essere anche il mezzo attraverso cui la tendenza alla mutevolezza umana si manifesta più agevolmente.

Stando così la situazione, è imprescindibile affinché il contesto continui a mantenere attiva questa proliferazione digitale e affinché il soggetto digitale possa agire liberamente in questa dimensione che è principalmente sua, l’impegno di quelle aziende che – anche davanti alla creazione di questo nuovo mercato unico e nell’incertezza del futuro del trattato transatlantico – sono fedeli alla loro missione nei confronti dell’utente, cioè continuano a essere responsabili del loro servizio, delle loro prestazioni e dei loro prodotti.

 

Impegno delle Aziende

È ottimale per le aziende che esse pretendano da parte di questo soggetto digitale più di un semplice consenso rispetto ai suoi dati. Come? Impegnandosi nell’ implementazione a monte del meccanismo di trasparenza che le rende più affidabili sul mercato e permettendo così al soggetto digitale di sceglierle con più fiducia; lavorando sul piano della valorizzazione di questa consapevolezza digitale cioè fornendo all’utente strumenti con cui è reso evidente il comportamento che essa assume nei suoi confronti; maturando un piano di tutela che sia costante nel tempo ma anche capace di riadattarsi in maniera fluida e dinamica ai cambiamenti, non facendo mai scendere al di sotto del livello raggiunto la tutela dell’utente; infine, condividere con l’utente le informazioni sui rischi della sua condotta digitale. Questo determinerà un effetto importante: la democratizzazione del rapporto tra utente e multinazionale. Se pensata a livello di quantità di potere, sull’esercizio dei diritti ci sarà una posizione congiunta con le quali le parti raggiungeranno di volta in volta, e più facilmente, un accordo sulle condotte: questo limiterà il numero di controversie, aumenterà l’affidabilità dell’azienda, il profitto dell’azienda e il consumatore potrà rivolgersi a essa in maniera efficace.

Ora, perché questo sia possibile non è sufficiente fermarsi a un piano d’analisi ma, nelle vesti di consulente in grado di pensare questo momento di transizione della realtà digitale, è importante spostarsi a un livello che integri il pensare come realizzare tutto questo. Secondo noi potrebbe essere utile creare un piano coordinato e convergente, un livello di interazione multi-voce in cui abbia un posto privilegiato il Ministero dell’Istruzione, sulla scorta dell’esempio tedesco nel caso dello sviluppo industriale 4.0.

Additional background

La Germania, in occasione dello sviluppo di politiche industriali 4.0, ha realizzato una sinergia tra i Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Istruzione. Da una parte, dunque, è stato valorizzato l’imprinting industriale vero e proprio; dall’altra, invece, si sono gettate le basi per la diffusione di conoscenza e consapevolezza anche alle generazioni più giovani. L’ottica di coinvolgimento del Ministero dell’Istruzione, dunque, è confacente ad una visione di lungo termine.

 

Puntare ala formazione

Bisogna prendere atto infatti che il vero driver dello sviluppo internazionale della dimensione digitale è la formazione. E formazione è un termine che non riguarda soltanto gli attuali utenti internauti, ma gli utenti che ancora fanno resistenza alla navigazione digitale (pensiamo agli anziani o a coloro che vivono in regioni il cui sviluppo digitale è al di sotto di una certa accessibilità) e coloro che, giovanissimi adesso, creano già situazioni capaci di tutela, cioè situazioni da ridisegnare secondo una formazione adeguata, completa per continuare questo processo di trasformazione del contesto e dell’utente. Perché questa visione formativa sia recepita, è importante fare una cosa che l’Italia sa fare molto bene: immaginare, rinnovare. La sfida della formazione digitale – che ha già trovato un primo respiro eccezionale ed unico nella stesura dell’Internet Bill of Rights, di cui l’Italia vanta il primato (ricordiamo che la Camera ha approvato il testo della Carta proprio in data 3/11/2015 con una maggioranza sbalorditiva, 437 deputati favorevoli, e soltanto nove astenuti. La mozione è stata presentata dall’on. Stefano Quintarelli di Scelta Civica) – deve essere recepita tanto dai ventenni quanto dai settantenni, ma soprattutto dagli under dodici, perché ha risvolti colossali. La provocazione è pensare infatti un disegno di formazione comune visto che abbiamo visto mancare a monte il criterio e le definizioni del concetto di privacy tra due aree diverse. In tale modo, si innesca una profonda revisione del nostro panorama culturale. Se si guarda ai casi concreti, i giovani adolescenti capaci di sviluppare applicazioni o siti che influenzano l’opinione pubblica della società, dimostrano come non soltanto ci si trova davanti a nuovi soggetti digitali ma che la tutela apprestata a questi soggetti va rivista, perché evidentemente questi minori che oggi dovrebbero essere visti come soggetti con ridotta capacità di intendere e di volere, sono in realtà molto più capaci di determinare effetti giuridici e politici di ampio raggio in tutto il pianeta. Formazione quindi diventerà la parola traghetto per una nuova cultura inclusiva che permetta di non cogliere come “ valore estraneo” quanto arriverà con la crasi del DSM e del TTIP, ma come qualcosa su cui poter operare delle scelte consapevoli perché si sarà creato un bagaglio culturale nuovo capace di opzionare tra le categorie in maniera differente. Siamo pronti a questo?

 

Ing. Gaetano Pellegrino – Consulente Senior

Con la collaborazione di

Dr. Federico Varacca – Analista Junior

Dott.ssa Serena Minnella – Consulente collaboratrice esterna

Open Gate Italia