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Tavola Rotonda Il futuro del 'digitale': tra Mercato unico digitale (DSM) e trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP) - Gaetano Pellegrino

Intervento Ing. Gaetano Pellegrino alla Tavola Rotonda

Il futuro del ‘digitale’: tra Mercato unico digitale (DSM) e trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)
martedì 10 novembre 2015 – Sala convegni Consiglio Nazionale delle Ricerche

La consapevolezza digitale ed il principio di trasparenza e responsabilità delle aziende dell’ICT.

Prospettive e ruoli

Per quel che riguarda l’apporto conoscitivo di una società di consulenza – che opera con clienti internazionali – attenta alle dinamiche economiche attuali, il tema della Tavola Rotonda ( Futuro del digitale tra Mercato Unico digitale (DSM) e Trattato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)) merita di essere letto, con un occhio di riguardo alle prospettive e ai ruoli dei soggetti coinvolti all’interno della più grande dimensione che verrà a crearsi attraverso la condivisione dello spazio economico del Mercato Unico digitale e del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti.

La fase di sviluppo molto partecipata del mercato unico digitale da un lato, e la fase di negoziazione oscura e incerta del trattato transatlantico dall’altra, ritengo non sia ancora matura per alcuna risposta netta, ma sicuramente spinge a guardare queste evoluzioni con la volontà neutra di comprenderne numerosi elementi per una prestazione efficace sul futuro, coerentemente alle finalità delle due dimensioni.

Per tale ragione, l’attenzione su una materia così determinante come quella del commercio internazionale che coinvolge tutti i livelli della società – a partire da quella civile, passando per quella politica, quella economica e quella giuridica – in questo momento specifico si impone con alcune domande: Chi sono coloro che in questo mercato sono coinvolti? E come il soggetto digitale-consumatore si può approcciare a questa nuova dimensione che nascerà?

Additional background

Secondo i dati della Commissione europea, la previsione della costruzione di un DSM è determinata da un dato elementare, cioè quante persone (europee) al giorno usano Internet. Esso si aggira intorno ai 315 milioni di cittadini. Il mercato unico digitale, cioè un mercato che è unico perché è unificato, sarebbe in grado di far crescere economicamente la zona comune economica di circa 415 miliardi di euro, creando così posti di lavoro. Tuttavia, i servizi che questi soggetti digitali utilizzano sono per la maggior parte basati in USA (54%); di poco inferiore sono i nazionali (42%), di contro ai transfrontalieri nell’UE (4%). Secondo le previsioni della Commissione, per sviluppare il mercato si dovrebbe migliorare l’accesso dei consumatori e delle imprese ai beni e ai servizi digitali in tutta Europa, cioè gli utenti dovrebbero trovare un vantaggio nell’acquistare beni e servizi nell’intera UE. Perché ciò sia possibile, tutti gli Stati UE dovrebbero applicare al commercio elettronico le stesse regole, così da permettere alle imprese di intensificare la vendita online, rendendo uniforme anche il diritto d’autore, poiché, secondo l’orientamento dei gusti degli utenti, molte persone tendono a cercare contenuti nella loro lingua anche all’estero. Inoltre, la Commissione sostiene la promozione dell’economia digitale attraverso solide norme europee di protezione dei dati, comuni a tutti e, infine, la creazione di un’economia di carattere inclusivo che guardi alle potenzialità di crescita della società digitale dal punto di vista di ciò che può diventare un dato digitale memorizzato.

Questa previsione della Commissione, che punta a creare una profonda unità all’interno dello spazio europeo, come si confronta con il TTIP che, da quanto è diffuso come conoscenza, si atteggia a essere un trattato di divisione e non di coesione tra aree economiche? Stando ai pochi dati diffusi sull’argomento, il cui accesso è avvenuto grazie alle spinte delle associazioni dei consumatori e di numerosi interventi e richieste politiche, cosa possiamo aspettarci? Quale sarà la dimensione che si verrà a creare tra gli obiettivi del TTIP e gli obiettivi della Commissione europea rispetto al mercato digitale, alla tutela dei diritti online e quindi all’estensione della quantità degli oggetti che verranno in un futuro definiti “dati digitali”?

Come verrà pensato questo mercato transfrontaliero tra l’economia degli Stati Uniti d’America e l’economia, soprattutto economia digitale, dell’Unione Europea e dei singoli Stati Membri, visto che – come la stessa Commissione europea evidenzia – non sono state ancora definite perfettamente le regole comuni che intensifichino gli scambi online, e così la tutela del diritto d’autore e quindi la tutela della riservatezza dell’utente? Soprattutto su questo ultimo punto, qual è lo scacco in tema di privacy, dato che il concetto di privacy non è uniforme tra il territorio americano e il territorio europeo? Cosa determinerà il TTIP in materia di privacy dei dati dell’utente? L’Unione Europea avrà la libertà di difendere quegli obiettivi raggiunti in sede legislativa, in sede giuridica, sulla tutela dei diritti online o dovrà cedere questo tesoro prezioso alle ragioni di un trattato di cui ancora poco si sa, fermo restando il beneficio del dubbio sulla presenza anche di elementi molto positivi per lo sviluppo interno del nostro mercato digitale unico?

 
Il trasformismo di Internet

Le due dimensioni, quella in itinere palese del mercato unico digitale, e quella in itinere meno chiara, meno evidente del TTIP, congiuntamente, come fanno i conti con la realtà, con la natura di quello che è Internet, cioè il suo trasformismo, la sua capacità di cambiare, mutare contestualmente allo sviluppo dell’economia e così di essere trasformante a sua volta – e trasformante significa che esso non è stabile e che a sua volta non determina stabilità –  rispetto agli oggetti che coinvolge nella sua dimensione?

La capacità trasformatrice della rete non è soltanto una questione che riguarda l’Internet come oggetto, come terreno, ma è una questione che riguarda a priori la capacità trasformista di quella che è la personalità dell’utente digitale, capace ora di essere soggetto forte ora soggetto debole.

Ecco perché è importante in questa fase di sviluppo dell’idea di mercato digitale, e di promozione delle attività volte all’armonizzazione legislativa e unificatrice delle pratiche politiche e sociali, interrogarsi e da lì lavorare su quella che è la forma e la sostanza di questa personalità giuridica. Chi è questa maschera che cambia maschera? Cosa vuole da Internet? E come vuole comportarsi e come devono essere tutelati i suoi diritti nelle azioni imprevedibili che può compiere?

 

La consapevolezza digitale

Affinché la cultura digitale sia davvero diffusa, occorrono due cose: la prima è lavorare sulla consapevolezza digitale, cioè la personalità giuridica del soggetto digitale che è in grado di trasformare sé stesso attraverso l’uso della tecnologia; la seconda è quella di ritornare al principio di trasparenza e responsabilità delle aziende dell’ICT. I due elementi sono profondamente legati e non possono essere pensati come fasi divise.

Poiché le aziende ICT credono nell’espressione del consenso come manifestazione della consapevolezza sull’utilizzo dei dati dell’utente, del soggetto digitale (e questa è stata una grande conquista nel mondo del diritto), è fondamentale osservare in modo costante come questa personalità digitale cambia, si trasforma, si riadatta e incide sull’economia digitale. Apparendo ormai impraticabile una semplificazione dell’ambiente digitale, potrebbe essere opportuno puntare sul rinnovamento progressivo del rapporto tra soggetto digitale e consapevolezza digitale. Se il contesto è così trasformista e complesso, anche la consapevolezza digitale, cioè il profilo, la manifestazione, del soggetto digitale, è trasformista e complessa; così trasformista da dover reinventare sé stessa e la sua forma giuridicamente agente nell’ambito digitale. La bellezza della personalità digitale sta anche in questo: essere facilmente mutevole, ed essere anche il mezzo attraverso cui la tendenza alla mutevolezza umana si manifesta più agevolmente.

Stando così la situazione, è imprescindibile affinché il contesto continui a mantenere attiva questa proliferazione digitale e affinché il soggetto digitale possa agire liberamente in questa dimensione che è principalmente sua, l’impegno di quelle aziende che – anche davanti alla creazione di questo nuovo mercato unico e nell’incertezza del futuro del trattato transatlantico – sono fedeli alla loro missione nei confronti dell’utente, cioè continuano a essere responsabili del loro servizio, delle loro prestazioni e dei loro prodotti.

 

Impegno delle Aziende

È ottimale per le aziende che esse pretendano da parte di questo soggetto digitale più di un semplice consenso rispetto ai suoi dati. Come? Impegnandosi nell’ implementazione a monte del meccanismo di trasparenza che le rende più affidabili sul mercato e permettendo così al soggetto digitale di sceglierle con più fiducia; lavorando sul piano della valorizzazione di questa consapevolezza digitale cioè fornendo all’utente strumenti con cui è reso evidente il comportamento che essa assume nei suoi confronti; maturando un piano di tutela che sia costante nel tempo ma anche capace di riadattarsi in maniera fluida e dinamica ai cambiamenti, non facendo mai scendere al di sotto del livello raggiunto la tutela dell’utente; infine, condividere con l’utente le informazioni sui rischi della sua condotta digitale. Questo determinerà un effetto importante: la democratizzazione del rapporto tra utente e multinazionale. Se pensata a livello di quantità di potere, sull’esercizio dei diritti ci sarà una posizione congiunta con le quali le parti raggiungeranno di volta in volta, e più facilmente, un accordo sulle condotte: questo limiterà il numero di controversie, aumenterà l’affidabilità dell’azienda, il profitto dell’azienda e il consumatore potrà rivolgersi a essa in maniera efficace.

Ora, perché questo sia possibile non è sufficiente fermarsi a un piano d’analisi ma, nelle vesti di consulente in grado di pensare questo momento di transizione della realtà digitale, è importante spostarsi a un livello che integri il pensare come realizzare tutto questo. Secondo noi potrebbe essere utile creare un piano coordinato e convergente, un livello di interazione multi-voce in cui abbia un posto privilegiato il Ministero dell’Istruzione, sulla scorta dell’esempio tedesco nel caso dello sviluppo industriale 4.0.

Additional background

La Germania, in occasione dello sviluppo di politiche industriali 4.0, ha realizzato una sinergia tra i Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Istruzione. Da una parte, dunque, è stato valorizzato l’imprinting industriale vero e proprio; dall’altra, invece, si sono gettate le basi per la diffusione di conoscenza e consapevolezza anche alle generazioni più giovani. L’ottica di coinvolgimento del Ministero dell’Istruzione, dunque, è confacente ad una visione di lungo termine.

 

Puntare ala formazione

Bisogna prendere atto infatti che il vero driver dello sviluppo internazionale della dimensione digitale è la formazione. E formazione è un termine che non riguarda soltanto gli attuali utenti internauti, ma gli utenti che ancora fanno resistenza alla navigazione digitale (pensiamo agli anziani o a coloro che vivono in regioni il cui sviluppo digitale è al di sotto di una certa accessibilità) e coloro che, giovanissimi adesso, creano già situazioni capaci di tutela, cioè situazioni da ridisegnare secondo una formazione adeguata, completa per continuare questo processo di trasformazione del contesto e dell’utente. Perché questa visione formativa sia recepita, è importante fare una cosa che l’Italia sa fare molto bene: immaginare, rinnovare. La sfida della formazione digitale – che ha già trovato un primo respiro eccezionale ed unico nella stesura dell’Internet Bill of Rights, di cui l’Italia vanta il primato (ricordiamo che la Camera ha approvato il testo della Carta proprio in data 3/11/2015 con una maggioranza sbalorditiva, 437 deputati favorevoli, e soltanto nove astenuti. La mozione è stata presentata dall’on. Stefano Quintarelli di Scelta Civica) – deve essere recepita tanto dai ventenni quanto dai settantenni, ma soprattutto dagli under dodici, perché ha risvolti colossali. La provocazione è pensare infatti un disegno di formazione comune visto che abbiamo visto mancare a monte il criterio e le definizioni del concetto di privacy tra due aree diverse. In tale modo, si innesca una profonda revisione del nostro panorama culturale. Se si guarda ai casi concreti, i giovani adolescenti capaci di sviluppare applicazioni o siti che influenzano l’opinione pubblica della società, dimostrano come non soltanto ci si trova davanti a nuovi soggetti digitali ma che la tutela apprestata a questi soggetti va rivista, perché evidentemente questi minori che oggi dovrebbero essere visti come soggetti con ridotta capacità di intendere e di volere, sono in realtà molto più capaci di determinare effetti giuridici e politici di ampio raggio in tutto il pianeta. Formazione quindi diventerà la parola traghetto per una nuova cultura inclusiva che permetta di non cogliere come “ valore estraneo” quanto arriverà con la crasi del DSM e del TTIP, ma come qualcosa su cui poter operare delle scelte consapevoli perché si sarà creato un bagaglio culturale nuovo capace di opzionare tra le categorie in maniera differente. Siamo pronti a questo?

 

Ing. Gaetano Pellegrino – Consulente Senior

Con la collaborazione di

Dr. Federico Varacca – Analista Junior

Dott.ssa Serena Minnella – Consulente collaboratrice esterna

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