• 6 febbraio 2018

    IL DILEMMA DELLA GOVERNANCE DELLA FINANZA DIGITALE

    di Laura Rovizzi

    Gli scenari che si apriranno, e che in parte si stanno già aprendo grazie anche all’entrata in vigore della PSD2, sono numerosi; altrettanto vari sono e saranno gli attori in campo che dovranno agire presumibilmente all’interno di un frame regolamentare ancora nebuloso

    La finanza digitale, i servizi finanziari ad elevato contenuto tecnologico, il settore Fintech partito dal grande boom londinese, hanno bisogno di una governance? Le istituzioni italiane se ne stanno occupando? Certamente è chiara la necessità di creare un ambiente favorevole allo sviluppo di nuovi servizi e aziende e, seppure in ritardo, la portata del fenomeno è stata compresa anche nel nostro Paese. Con essa, l’importanza di fargli spazio in una situazione economico-finanziaria ancora legata alle dinamiche tradizionali.

    Tuttavia, bisogna subito evidenziare un “però”: nel Bel Paese le istituzioni hanno cominciato ad approcciare la questione e a muoversi ognuna secondo la propria competenza, senza seguire, almeno per il momento, una strategia unitaria. La situazione attuale vede da un lato Camera dei Deputati e Banca d’Italia dare il via ad indagini volte a fare chiarezza su questo nuovo settore, e dall’altra Consob e MEF attivarsi sul piano operativo.

    La VI Commissione Finanze della Camera, partendo dal presupposto di voler rendere l’Italia attrattiva tramite la creazione di un ambiente “Fintech Friendly”, ha concluso a dicembre un’indagine conoscitiva sulle Fintech da cui è scaturita, tra le altre cose, l’esigenza di:

    verificare l’adeguatezza dell’attuale sistema normativo e di vigilanza, per scongiurare lacune e carenze ed evitare che un eventuale eccesso di regolamentazione possa rendere l’economia italiana inospitale per il settore;

    • istituire un interlocutore pubblico unico che coordini e metta a sistema le varie iniziative in materia di Fintech, anche fungendo da raccordo tra pubblico e privato;
    • creare un regulatory sandbox, un ambiente di testing per le start-up, un «sistema regolato graduale» di legislazione per consentire alle aziende di sperimentare i propri servizi e prodotti;
    • prevedere specifici interventi fiscali in grado di favorire gli investimenti in Italia.

    Questi ed altri interventi, presentati come necessari nel corso delle audizioni svolte dalla Commissione, dovranno essere accompagnati da un’altrettanto necessaria alfabetizzazione digitale ed educazione finanziaria di cittadini e aziende senza le quali ogni sforzo sarebbe superfluo.

    Anche Banca d’Italia ha avviato un’Indagine conoscitiva “sull’adozione delle innovazioni tecnologiche applicate ai servizi finanziari” che ha visto la partecipazione principalmente del settore bancario tradizionale e i cui risultati, pubblicati lo scorso dicembre, delineano “un sistema finanziario interessato al Fintech, ma ancora poco propenso ad investire risorse ingenti per modificare radicalmente il proprio sistema imprenditoriale”. Sicuramente, in questa fase, l’attenzione di tutti gli operatori è focalizzata sullo sviluppo delle tecnologie che, in futuro, potrebbero “consentire agli intermediari di riorganizzare il loro modello imprenditoriale, ottimizzando i processi interni, accrescendo la sicurezza e la tempestività delle operazioni e favorendo lo sviluppo di nuove attività.” Da parte delle banche, al momento, risulta ancora limitato lo sfruttamento di possibili sinergie con imprese Fintech, anche all’interno di incubatori o acceleratori e secondo la Banca d’Italia non è scontato quale sarà lo scenario futuro. Certamente “sarà influenzato dalla capacità di adattamento e di innovazione dell’industria finanziaria e dalle scelte normative dei regolatori; è però evidente che si modificheranno le dinamiche competitive e le condizioni per rendere efficienti le banche”. Per adesso, la Banca d’Italia raccomanda dunque di “rafforzare la capacità di monitoraggio delle iniziative più innovative e di dialogo con gli operatori di mercato in un ambito trasparente e proattivo, al fine di stimolare un’evoluzione coerente con gli sviluppi che si stanno osservando a livello internazionale e tale da garantire che gli obiettivi di integrità e stabilità del mercato domestico si accompagnino alla tutela dell’efficienza e della capacità attrattiva del nostro sistema finanziario.”

    Al momento la Consob si è focalizzata sulla regolamentazione del crowdfunding ed è in procinto di pubblicare i lavori della prima ricognizione sul mondo Fintech in Italia.

     Il “crowdfunding”, strumento di raccolta fondi per un progetto o un’attività specifica, mediante un invito pubblico, comprende diversi modelli. La Consob ha sentito l’esigenza di regolamentare l’Investment-based crowdfunding, nella misura in cui prevede che i fondi siano raccolti mediante emissione di strumenti rappresentativi del capitale sociale, ovvero di titoli di debito o altri strumenti finanziari, distribuiti tramite piattaforma on-line, e che tali strumenti possano essere detenuti direttamente dagli investitori ovvero indirettamente mediante una persona giuridica distinta (ad es. società veicolo o organismo di investimento collettivo). Per assicurare un’adeguata vigilanza, evitando che tale modalità di raccolta fondi possa permettere l’acquisizione di quote societarie, o anche di intere società, eludendo la sorveglianza della Consob, la nuova versione del regolamento sul crowdfunding estende a tutte le piccole e medie imprese questa forma di accesso al mercato dei capitali, in un primo momento riservata alle start-up e alle PMI innovative. Inoltre, grazie all’obbligo, in capo ai gestori dei portali per la raccolta di capitali on-line, di aderire a sistemi di indennizzo o di dotarsi di copertura assicurativa, viene garantita una maggiore tutela per gli investitori.

    Naturalmente il Ministero dell’Economia e delle Finanze sta giocando un ruolo attivo nell’introduzione della financial technology in Italia, grazie soprattutto al coinvolgimento nella predisposizione dei decreti di recepimento delle Direttive Europee MiFID 2 (Markets in Financial Instruments Directive) e PSD2 (Payment Services Directive), fondamentali per fare del nostro Paese un player in grado di competere con le altre economie europee e per rendere possibile l’ingresso di Startup Fintech fino ad oggi concentrate per lo più fuori dai confini nazionali o solo in piccole aree come Milano.

    Inoltre, spetta al MEF rendere operativo quanto previsto nella legge di bilancio attualmente in vigore, ovvero l’inclusione, tra i redditi di capitale tassati al 26%, anche dei proventi derivanti dai prestiti erogati tramite piattaforme peer to peer lending.

    Iniziative importanti, tutte, ma che necessitano di una cabina di regia unica. E se per il vicepresidente della Commissione UE Valdis Dombrovkis è quanto mai urgente rendere operative le nuove regole, è necessario trovare anche in Italia un coordinamento tra le attività delle varie istituzioni, che in seguito possa portare alla creazione di un quadro regolamentare unico e certo. Condizioni fondamentali per agevolare lo sviluppo di un settore significativo non solo in termini occupazionali ed economici, ma anche in termini di nuove opportunità di accessi al credito e ai servizi finanziari e di pagamento per aziende e cittadini.