• 4 ottobre 2018

    Frequenze, dopo l’asta 5G nuove sfide per gli operatori

    Di Mario Mella – Membro Advisory Board Open Gate Italia

    In questi giorni si è conclusa la gara per l’assegnazione delle preziose frequenze a 700 MHz, 3.7 Ghz e 26 GHz, fondamentali per lo sviluppo delle reti mobili di quinta generazione.

    Ad essa sono stati ammessi i 4 principali operatori mobili (TIM, Vodafone, Wind3 e Iliad), un operatore mobile virtuale (Fastweb), un operatore di rete fissa radio (Linkem) e un rivenditore di fibra ottica all’ingrosso (Open Fiber) ma, di fatto, gli ultimi due non hanno partecipato alla fase di offerta.

     

    Sulla base degli esiti  finali dell’asta, quali valutazioni possono essere fatte?

    Innanzi tutto direi che c’è un unico grande vincitore; lo Stato, il quale, a fronte di una previsione di incasso di 2,5 mld € per le licenze, ha chiuso l’asta a quasi tre volte tanto.

    Per gli operatori si intravedono luci ed ombre: luci per chi è riuscito ad accaparrarsi le porzioni migliori in tutte le bande, ombre per il fatto che l’impegno economico degli operatori è stato sicuramente superiore ad ogni più pessimistica previsione e potrebbe avere ricadute negative sui piani di investimento per lo sviluppo della nuova infrastruttura.

    In un’ottica esclusivamente tecnica, ovvero non considerando onerosità investimenti sul debito, tempi di ripagamento e questioni prettamente finanziarie annesse, TIM e Vodafone escono dalla gara con il posizionamento tecnologico più rafforzato su 5G, avendo acquisito i migliori lotti in tutte e tre le porzioni di frequenza offerte: in particolare, i pregiati lotti da 80 MHz a 3,7 GHz, fondamentali per il piano di sviluppo delle small cells in ambito metropolitano.

    Iliad e Wind hanno acquisito i lotti più piccoli di banda a 3.7 GHz: quelli da 20 MHz. La conseguenza è la probabile limitazione di performances nell’eventuale sviluppo della rete di small cells con necessità, in prospettiva, di individuare soluzioni alternative per aggregare banda aggiuntiva, tipo integrazione di banda disponibile a 2.6 GHz.

    Inoltre, per quanto riguarda Wind3, non essendo riuscita ad ottenere un lotto a 700 MHz, per la copertura 5G con le macroantenne, dovrà necessariamente fare affidamento sulle frequenze ad oggi in suo possesso e già in uso per 3G e 4G.

    Per quanto riguarda le frequenze a 26 GHz, il risultato è sostanzialmente equivalente per tutti.

    Anche Fastweb si è aggiudicata un lotto in quest’ultimo intervallo, che si va sommare ai 40 MHz a 3.5 GHz in suo possesso, frutto del recente accordo con Tiscali. Rispetto agli altri 4 grandi operatori è quindi anch’essa ben posizionata per puntare ad una capillare copertura con small cells mentre, per quanto riguarda la copertura nazionale in 5G, non disponendo di basse frequenze e macroantenne, non è in grado di coprire autonomamente tutto il territorio nazionale e dovrà necessariamente individuare un roaming partner tra gli operatori mobili nazionali.

    In ultimo, Open Fiber ha deciso di non partecipare all’asta delle frequenze a 26 GHz, benché avrebbero potuto esserle molto utili per completare la copertura ultrabroadband nelle aree a bassa densità, ma potrà giocare un ruolo molto importante come fornitore della rete in fibra ottica necessaria a collegare macroantenne e small cells in ambito metropolitano di tutti gli operatori.

     

    Quali scenari che si prospettano all’orizzonte?

    E’ molto probabile che, alcuni tra i grandi operatori, si muoveranno secondo piani totalmente autonomi di sviluppo del 5G, mentre sembrano individuabili interessanti spazi di dialogo tra coloro che, per ragioni diverse, non dispongono di tutti gli elementi del mosaico. In particolare ci sono soggetti molto forti sulla parte mobile che, d’altro canto, non sono altrettanto solidi sulla componente fissa in fibra e viceversa. Presenti anche ampi spazi di collaborazione, specie per un intelligente contenimento degli investimenti, alla luce dell’impreventivabile e onerosa spesa sostenuta per le licenze.

     

    Qual è la sfida più complicata che attende gli operatori sul 5G?

    L’acquisizione delle frequenze è stata solo il primo tassello. Adesso arriva il difficile con lo sviluppo della nuova infrastruttura di rete. Gli operatori non avranno più una rete mobile e una rete fissa sostanzialmente disgiunte come oggi. Una rete 5G è la perfetta sintesi di integrazione tra fisso e mobile: non c’è 5G senza la disponibilità di una ultracapillare rete in fibra ottica per connettere macroantenne e small cells e anche tutte le piattaforme di servizio saranno sostanzialmente virtualizzate e condivise.

    Sul fronte dell’infrastruttura, la scelta più coraggiosa sarà decidere se intraprendere lo sviluppo di una rete di small cells dal momento che, per numerosità e densità, l’investimento associato sarà veramente rilevante.

    Inoltre, ritengo improbabile che tutti gli operatori ne sviluppino una propria, e non solo per un tema di costo. La ragione è che in ambito metropolitano il numero di antennine sarà straordinariamente alto per ogni operatore (a Milano probabilmente ne serviranno 10-15.000 ognuno per una efficace copertura).

    E’ evidente che, in fase di realizzazione, si porrà il tema della sovrapposizione delle reti derivante della indisponibilità di spazi per installare una simile quantità di small cells. Ragionevolmente, sarà utile indirizzare il problema mediante una miglior condivisione delle risorse tra gli operatori, non solo a livello di infrastrutture fisiche di collegamento, ma probabilmente, a tendere, anche mediante condivisione delle componenti attive di rete, antenne inclusa.

     

    Ci possono essere ulteriori elementi frenanti allo sviluppo delle reti 5G?

    Ne voglio solo citare uno su tutti: le attuali normative italiane relative ai limiti di emissione elettromagnetica vanno velocemente modificate e allineate a quelle in vigore in tutti gli altri paesi europei. Siamo l’unico paese europeo ad applicare dei limiti eccessivamente stringenti rispetto alle raccomandazioni delle Commissioni Internazionali: rispetto ai valori suggeriti da organi quali l’ICNIRP, in italia la normativa fissa, incomprensibilmente, limiti 10 volte più bassi.

    Al riguardo, comunque, incomincia ad esserci la giusta sensibilità anche a livello politico per risolvere intelligentemente il problema, salvaguardando la salute della gente senza rallentare lo sviluppo della nuova rete.