• 5 dicembre 2017

    Guzzetta: proposta organica di riforma del Regolamento del Senato potrebbe rendere davvero riformista questa XVII legislatura

    “Finalmente una riforma vera”, queste le parole del giurista professor Giovanni Guzzetta, membro dell’Advisor Board di Open Gate Italia che, sul quotidiano ‘Il Dubbio’, si è espresso in relazione alla riforma del Regolamento del Senato che rappresenterebbe per questa legislatura la possibilità di concludersi con un’autentica riforma istituzionale agli atti. È vero, a proposito di riforme si potrebbe menzionare la Legge Elettorale che tuttavia, secondo il professore, non può considerarsi una riforma di cui andare fieri, dal momento che era sufficiente e necessaria “per evitare la definitiva delegittimazione di un Parlamento incapace di reagire persino all’umiliazione di una doppia impallinatura per ripetuta violazione della Costituzione.”

    Ciò che invece potrebbe rendere davvero riformista questa XVII legislatura è la proposta organica di riforma del Regolamento, oggi alle battute finali in discussione alla Giunta, che presenta elementi di indubbio valore innovativo. Elaborata dal ristretto comitato composto da esponenti dei quattro principali partiti (Annamaria Bernini per FI-Pdl, Maurizio Buccarella per M5s, Roberto Calderoli per la Lega e Luigi Zanda per il Pd), se accolta – entro la fine della legislatura dovrebbe approdare in Aula – potrebbe avere un impatto notevole sugli scenari politici futuri e sul funzionamento delle istituzioni.

    Guzzetta spiega, come ricordato dal Senatore Calderoli nella relazione di accompagnamento, che le tante novità riguardano tre principali linee di intervento: “a) la modifica della disciplina della composizione dei gruppi parlamentari; b) il riordino delle disposizioni sull’attività delle commissioni; c) la semplificazione e regolamenti.”

    In pratica, continua Guzzetta nell’articolo: “Si tratta di una riforma all’insegna del rigore nella vita parlamentare, volta cioè ad evitare molte delle tecniche di elusione delle responsabilità e di minacce alla stabilità e all’efficienza che tanti danni hanno creato in questi anni, contribuendo al discredito di un’istituzione che dovrebbe essere invece il cuore della democrazia. Abitudini e prassi risalenti ai residui di cultura assemblearistica fondata sul consociativismo e sul potere di veto distruttivo per impedire il raggiungimento, in tempi reali, di decisioni organiche e coerenti.” Il professore poi specifica: “Ma non si tratta solo di una razionalizzazione, pur importante. Si tratta anche di aggredire il vero ‘mostro’ della politica italiana. Quello che ha fatto fallire ogni tentativo di trasformare il nostro paese in una democrazia decidente, all’altezza delle grandi liberal-democrazie. Quello che è all’origine della caduta di quasi tutti i governi dal ’94 ad oggi: il trasformismo organizzato. Sotto questo profilo, la parte senz’altro più importante della riforma in discussione è quella che riguarda la composizione dei gruppi parlamentari. I principi che vengono affermati sono tanto lineari e, se mi si consente, elementari in una prospettiva democratica, quanto rivoluzionari nel contesto italiano.”

    Nell’ottica del professore, infatti: “I principi che si affermano si fondano su una semplice idea: i gruppi che si formano in Parlamento dopo le elezioni devono corrispondere ai partiti e movimenti che hanno chiesto i voti agli elettori e sono stati da questi eletti. Con l’aggiunta che tale assetto, frutto delle scelte elettorali, debba rimanere inalterato per tutta la legislatura, senza che fioriscano gruppi e partiti che nulla hanno a che fare con la competizione nelle urne. Basta premi per chi tradisce i gruppi di appartenenza e magari ne crea di nuovi per puntellare traballanti maggioranze che si formano a seguito di ribaltini e ribaltoni. Il gioco politico dovrà svolgersi nel perimetro disegnato dagli schieramenti elettorali. Certo non si potrà impedire che il singolo parlamentare o un gruppo di parlamentari, in ossequio al principio del libero mandato, abbandoni il gruppo di appartenenza, ma ciò non potrà avvenire con l’effetto di creare nuove aggregazioni politiche che nessuno ha mai votato, ma che beneficerebbero di tutte le prebende, le strutture, il personale, in una parola il potere, garantiti a ogni gruppo che nasce.” Al contrario Guzzetta sottolinea come la proposta stabilisca che molte posizioni di rilievo organizzativo (come, ad esempio, le vicepresidenze dell’assemblea o le presidenze delle commissioni) “sarebbero immediatamente perse dal parlamentare che decida di cambiare casacca.”

    Bisogna del resto ammettere, continua, che “II transfughismo non è solo una pratica molto (antica e) discutibile nella storia del nostro paese. È anche il virus che ha contaminato ogni sforzo, in ogni epoca, di realizzazione di un buon sistema di governo. È lo scoglio su cui tutte, senza eccezione alcuna, le riforme elettorali di questi anni si sono arenate. È la negazione della responsabilità politica, il simbolo dell’ipoteca oligarchica sul sistema democratico.”

    Ed anche se si potrebbe obiettare che questa riforma, qualora passasse, varrebbe solo per il Senato, ma non per la Camera, non si può omettere che “al di là dell’auspicabile “contagio”, ci sarebbe comunque un effetto di sistema, dovuto a quanto previsto dalla legge elettorale. Come molti sanno – continua il professore – i partiti rappresentati in Parlamento hanno un enorme vantaggio nel presentare le liste: non devono raccogliere le firme. Ora, la legge elettorale prevede che questo bonus sia garantito solo ai partiti che facciano riferimento a gruppi presenti in entrambe le Camere. Ciò vuol dire che una disciplina maggiormente restrittiva sulla formazione dei gruppi, di fatto, influenzerebbe anche i comportamenti della Camera che ha la disciplina più lasca. I gruppi del Senato sarebbero il benchmark cui uniformarsi per poter andare alle elezioni senza il dissanguante processo di raccolta delle sottoscrizioni.” Dunque, conclude Guzzetta: “In questo autunno stagionale e politico sarebbe bello riuscire a compiere un passo decisivo per vendicare, finalmente, l’amarezza del primo Presidente del Consiglio dell’Italia statuaria, Cesare Balbo, che, nel 1857, già affermava «Sono famosi, e quasi vorrei fossero infami, que’ nomi di parti di mezzo, del centro, del centro destro, centro sinistro, ventre, terzi partiti, e partiti volanti, i quali empiono le storie parlamentari». Ecco, forse, almeno dei ‘partiti volanti’ ce ne potremmo liberare.”

    Cecilia Del Vecchio