Il chip shortage raffredda l’entusiasmo della ripartenza

Pubblicato lunedì 14 Giugno 2021

Da oltre venti mesi l’ombra lunga della carenza di chip preoccupa il mondo dell’impresa 4.0 italiana e non solo. La carenza di tutti i tipi di processori, e di altri componenti, sta colpendo gli acquirenti di hardware e sembra che il problema continuerà per mesi o anni.

Le società coinvolte

I CEO delle principali società tecnologiche tra cui Intel, IBM, Extreme, Cisco e Juniper ipotizzano che tale carenza potrà influire sulla disponibilità e sul prezzo dell’hardware.

Le cause

Cosa è successo? Il COVID-19 ha innescato un’esplosione globale del lavoro da remoto, che ha creato una straordinaria domanda di nuovi hardware (pc, tablet, server per il potenziamento della capacità di calcolo dei data center, memorie di massa). Nello stesso tempo, la pandemia ha forzato l’arresto degli impianti di produzione per timore dei contagi; quindi, il ritorno delle aziende alla capacità produttiva pre-covid sarà, secondo i dirigenti e gli analisti del settore, un processo lungo. Al di là della pandemia, un recente incendio in un grande impianto di chip in Giappone ha certamente accelerato la crisi.

Le conseguenze

La carenza di chip ha, dapprima, influenzato la disponibilità di dispositivi come monitor e microcontrollori e ora si è estesa ad altri dispositivi. In più, vi è carenza di wafer, materiali e test, che fanno tutti parte della catena di fornitura delle fabbriche di chip. Si tratta di settori con dinamiche industriali non adattive, con flessibilità minima e scarsa capacità di investire in modo aggressivo con un breve preavviso.

L’Automotive la prima vittima

Alcuni settori industriali sono stati particolarmente colpiti da questa situazione. Ad esempio, si prevede che la mancanza di chip costerà all’industria automobilistica globale 110 miliardi di entrate nel 2021. Questa previsione è aumentata del 81,5% rispetto ai 60,6 miliardi stimati a gennaio, secondo la società di consulenza AlixPartners.

Le prime avvisaglie sono giunte a dicembre scorso dalle fabbriche cinesi di Volkswagen e poi si sono aggiunte notizie simili da Europa e USA. La produzione in molti stabilimenti automobilistici è sospesa perché mancano i componenti microelettronici da inserire in apparati e strumentazioni. Alcune prestigiose case automobilistiche hanno avvisato i loro clienti che diversi modelli top di gamma saranno forniti con la tradizionale strumentazione analogica al posto della più moderna ed accattivante console digitale.

Il settore automobilistico rappresenta solo il 12% sul totale del consumo mondiale di chip (dicembre 2020).

Le aree geografiche più coinvolte

La capacità di progettazione, la produzione del macchinario necessario e dei componenti principali dei microchip sono ancora appannaggio dell’Occidente e del Giappone. La produzione si è spostata per oltre il 70% in Asia. Le europee NXP, Infineon, STMicroelectronics, la giapponese Renesas, l’americana Cypress, specialiste nella progettazione di microchip per le auto, esternalizzano parte delle commesse. È così che il 70% finisce nelle fabbriche della TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), ed è infatti al governo di Taipei che ha scritto il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier per sollecitare soluzioni.

Il confronto tra Occidente e Far-East

La Cina pesa per un settimo, ma potrebbe salire a fine decennio a un quarto delle capacità produttive mondiali e, soprattutto, seguire il percorso di Sud Corea e Taiwan, gli unici paesi oggi in grado di produrre chip di ultima generazione. La crisi del settore auto non fa che enfatizzare la situazione e sollecita paragoni tra le produzioni “occidentali” (USA ed Europa) ed il Far-East.

Cosa fare?

Scrive l'”Economist” che le raccomandazioni della NSCAI (National Security Commission on Artificial Intelligence) al  Congresso americano sono sintetizzabili in tre punti:

  • il rilancio della ricerca e della produzione in USA;
  • l’imposizione di ogni possibile ma selettivo freno all’accelerazione tecnologica cinese, fatta in concerto con un’ alleanza delle democrazie tecnologicamente avanzate;
  • l’investimento nella ricerca di base per l’intelligenza artificiale e nel finanziamento di nuovi impianti produttivi di semiconduttori.

La buona notizia

Nonostante le brutte notizie, si apre però una nuova frontiera per i microchip: nanotecnologie e ricerca nel campo dei materiali hanno portato IBM ad annunciare il primo chip a 2 nanometri.

Dopo mesi in cui il tema caldo globale era relativo alla crisi dei chip, arriva un annuncio che segna un balzo in avanti nell’industria dei semiconduttori: dai laboratori di ricerca IBM esce il primo microchip al mondo con tecnologia a 2 nanometri per il processo produttivo. Una notizia che promette di far fare un bel salto in avanti al settore dei microchip sul fronte delle performance e della sostenibilità, soprattutto in chiave efficienza energetica.

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