• 26 giugno 2018

    Quali istituzioni per la Terza Repubblica?

    Il tema delle riforme istituzionali è da sempre consegnato a un amaro destino. Nei momenti più drammatici di crisi del sistema politico vengono invocate a gran voce. Ma in quei momenti la gravità della crisi rende impossibile realizzarle. Quando, più o meno miracolosamente, la crisi trova una soluzione, per quanto provvisoria, le riforme escono di scena e l’attenzione viene focalizzata sulle speranze suscitate dai nuovi equilibri.

    A questo paradosso se ne aggiunge un altro. Succede, infatti, talvolta che la volontà riformatrice riesca miracolosamente a sopravvivere alla provvisoria stabilizzazione del quadro politico. In quei casi l’impeto riformatore approda a un qualche accordo tra forze contrapposte e si avvia un processo riformatore all’insegna della convergenza bipartisan. Successe, ad esempio, nel 1983 con la commissione Bozzi, nel 1997 con la Commissione D’Alema, nel 2016 con il patto del Nazareno. Ma anche in questi casi, man mano che la discussione procede e le votazioni sui testi condivisi avanzano, accade un progressivo mutamento delle convenienze politiche. Il calcolo elettorale, alimentato talvolta anche dalla convinzione dell’approssimarsi della fine di un ciclo politico e della possibilità di un ritorno alle urne nel breve termine, modifica le priorità dei vari partiti. Le alleanze riformatrici si dissolvono, lasciando spazio alla più tradizionale competizione tra avversari.

    E’ quanto è successo, ad esempio, alla fine del 2016. Il referendum sulla riforma nata nelle stanze del Nazareno, visse una trasfigurazione del proprio oggetto. E la campagna referendaria si trasformò in campagna elettorale, una campagna elettorale combattuta con altri mezzi.

    Ce n’è abbastanza, sembrerebbe, per tagliare la testa al toro e smetterla di parlare di riforme. E in fondo sembra questo quanto sta accadendo. La terza repubblica, pirandellianamente, nasce creando un nome nuovo per un oggetto soltanto intuito. Ma, delle riforme, poche o nessuna traccia.

    Va bene così?

    E’ quanto vogliamo chiederci nel seminario del 2 luglio.

    Dopo l’entusiasmo berlusconiano, l’entusiasmo ulivista, il ritorno dell’entusiasmo berlusconiano, l’entusiasmo renziano, il nuovo entusiasmo “legastellato”, siamo sicuri di non aver più bisogno delle riforme istituzionali?

    Timothy Snyder, ne La paura e la ragione, ricorda la frase di Max Weber secondo cui “il carisma può servire a creare un sistema politico ma non può garantirne la continuità”.

    Di fiammate carismatiche ne abbiamo avute tante in questi anni, chi o cosa ne garantirà la continuità?

     

    Prof. Giovanni Guzzetta
    Presidente Open Gate Italia