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Criptovalute, una materia in bilico tra innovazione e regolamentazione

6 Dicembre 2024

Mentre, negli Stati Uniti, con la rielezione di Donald Trump alla Presidenza il prezzo dei Bitcoin è cresciuto di oltre un terzo,  fino a superare il valore di $100.000 e da Sotheby’s a New York, Justin Sun, fondatore di Tron, si aggiudica la famigerata banana di Cattelan per $6,24 milioni di dollari, in Italia si continua a discutere su una tassazione diversa e maggiorata dei guadagni ottenuti con gli investimenti in criptovalute. Ma facciamo il punto, dato che, negli ultimi anni, con l’aumento dell’adozione di asset digitali il settore è diventato cruciale, occorre sviluppare un quadro normativo chiaro che garantisca sia l’innovazione tecnologica che la tutela dei consumatori.

Regolamentazione Europea: l’impatto del MiCA

Un pilastro della regolamentazione europea è il MiCA (Markets in Crypto-Assets Regulation), entrato in vigore nel 2023. Regolamento che introduce un quadro giuridico uniforme per le criptovalute in tutta l’UE, coprendo aspetti fondamentali come: la trasparenza delle informazioni, l’autorizzazione e la vigilanza degli operatori e la tutela dei consumatori. Il MiCA, inoltre, mira a prevenire abusi di mercato e a garantire la stabilità finanziaria, tenendo sotto controllo l’ascesa di stablecoin e altre cripto-attività con potenziale impatto sistemico.

La risposta italiana: nuove misure e opportunità

Il governo italiano ha recepito il MiCA, implementandolo attraverso un decreto specifico che assegna alla Consob e alla Banca d’Italia ruoli chiave nella supervisione degli operatori. Tra le novità spiccano l’obbligo per gli emittenti di cripto-attività di presentare un white paper approvato prima dell’offerta al pubblico e requisiti stringenti per le piattaforme di scambio. Queste ultime devono garantire alti standard di sicurezza, trasparenza e conformità alle normative antiriciclaggio (AML/KYC). Un elemento rilevante è la licenza obbligatoria per tutti i fornitori di servizi legati alle criptovalute in Italia, che richiede solide basi patrimoniali e rigorose misure di sicurezza, incluse percentuali significative di riserve conservate in cold storage. Questo approccio cerca di bilanciare protezione e innovazione, stimolando la fiducia dei consumatori nel settore.

La tassazione delle criptovalute in Europa

Le criptovalute in Italia non sono considerate come valuta legale, bensì come “attività finanziarie”. Questo status giuridico implica una serie di obblighi e responsabilità per chi investe o opera nel settore. In particolare la discussione verte sulla tassazione. Facendo un quadro schematico, per quanto la tassazione delle criptovalute presenti importanti variazioni nei diversi paesi dell’UE, si nota un’apertura di molti stati membri verso questa nuova modalità di investimento con l’adozione di regimi fiscali snelli e incentivanti.

In Germania le criptovalute detenute per più di un anno sono esenti da tassazione sulle plusvalenze. Mentre, per periodi inferiori, sono tassate con aliquote che variano in base al reddito del contribuente.

In Francia le plusvalenze derivanti dalla vendita di criptovalute sono tassate al 30%, comprensive di imposte sul reddito e contributi sociali.

In Portogallo, storicamente considerato un paradiso fiscale per le criptovalute, dal 2023 è stata introdotta una tassazione del 28% sulle plusvalenze per detenzioni inferiori a un anno, mantenendo l’esenzione per periodi più lunghi.

Nei Paesi Bassi le criptovalute rientrano nel sistema di tassazione patrimoniale, con aliquote che variano in base al valore totale degli asset.

In Spagna, le plusvalenze sono tassate con aliquote progressive dal 19% al 26%, a seconda dell’ammontare del guadagno​.

La situazione in Italia

In Italia, le criptovalute considerate per l‘appunto beni finanziari soggetti a imposta sulle plusvalenze, sono attualmente tassate al 26% per guadagni superiori a 2.000 euro nel periodo d’imposta; mentre le minusvalenze possono essere utilizzate per compensare eventuali guadagni futuri. Le criptovalute devono essere dichiarate nel quadro RW della dichiarazione dei redditi come attività estere e gli investitori sono obbligati a conservare una documentazione accurata delle transazioni​. In Italia, inoltre, gli investitori, oltre a dover dichiarare le transazioni in criptovalute, sono obbligati agli adempimenti per operazioni superiori a 5.000 euro. Per le norme antiriciclaggio, gli scambi di criptovalute devono essere registrati presso l’OAM (Organismo Agenti e Mediatori).

Il punto è che a partire dal 2025 il Governo ha proposto delle modifiche, profilando l’ipotesi di portare la tassazione sulle plusvalenze derivanti dagli investimenti in criptovalute al 42%. Questo renderebbe il regime fiscale italiano uno dei più severi in Europa, penalizzando non solo gli investitori nazionali ma anche disincentivando l’ingresso di nuovi player stranieri nel nostro mercato. Riconoscendo che le sfide poste dalle criptovalute al regolatore sono importanti, dal momento che la volatilità degli asset crypto implica rischi di speculazione e, dunque, la necessità di proteggere gli investitori più vulnerabili, va osservato che il Governo, date le rimostranze da parte di stakeholder e associazioni di settore, si sta dimostrando aperto ad aprire un tavolo di discussione.

Ludovica Palmieri

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