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L’INTERVISTA- Referendum senza quorum, Ceccanti e Celotto a confronto: cosa resta della partecipazione popolare nello strumento referendario?

13 Giugno 2025

Tra domenica 8 e lunedì 9 giugno gli italiani sono stati chiamati a esprimersi su cinque referendum abrogativi: quattro riguardavano il lavoro, uno la cittadinanza. Ma anche stavolta il vero protagonista è stato l’astensionismo. Con un’affluenza ferma al 30,6%, ben al di sotto della soglia del 50% più una richiesta per la validità del voto, i quesiti referendari sono stati archiviati senza effetti giuridici, ma non senza implicazioni politiche.

Il risultato si inserisce in una tendenza ormai consolidata: negli ultimi trent’anni, appena quattro referendum abrogativi su trentaquattro hanno superato il quorum. Un dato che alimenta dubbi sulla tenuta dello strumento referendario, sul ruolo della partecipazione popolare e, più in generale, sullo stato di salute della nostra democrazia.

Per analizzare in profondità le ragioni di questa disaffezione e riflettere sul destino della democrazia diretta nel nostro Paese, abbiamo interpellato due autorevoli studiosi del diritto costituzionale italiano.

Stefano Ceccanti, professore ordinario di Diritto pubblico comparato presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è tra i massimi esperti italiani in materia di sistemi costituzionali, forme di governo e rapporti tra Stato e religioni. Ex parlamentare del Partito Democratico – senatore dal 2008 al 2013 e deputato dal 2018 al 2022 – ha fatto parte della Commissione Affari Costituzionali della Camera, contribuendo attivamente ai dibattiti sulle riforme istituzionali. Da anni è una voce influente nel campo dell’analisi politico-istituzionale, sia in ambito accademico sia nel dibattito pubblico.

Alfonso Celotto, professore ordinario di Diritto costituzionale e Diritto costituzionale comparato all’Università Roma Tre, è una figura di primo piano nel panorama giuridico italiano. Avvocato cassazionista, ha ricoperto ruoli di vertice in diversi ministeri – tra cui Economia, Politiche europee, Giustizia e Funzione pubblica – maturando una vasta esperienza nel funzionamento delle istituzioni repubblicane. Autore prolifico e spesso ospite dei media, Celotto è noto per la sua capacità di rendere accessibili al grande pubblico temi complessi della Costituzione e dell’ordinamento italiano.

Con loro abbiamo provato ad andare oltre i numeri dell’affluenza per indagare le cause profonde del disinteresse elettorale e il senso attuale del referendum abrogativo, tra interrogativi giuridici, scenari politici e implicazioni culturali.

Una conversazione che non guarda solo al voto appena trascorso, ma che prova a collocarlo in una più ampia riflessione sullo stato di salute della democrazia italiana.

1. Secondo lei, lo strumento referendario è stato usato in modo coerente con la sua funzione costituzionale, o si sta snaturando il senso originario di questa forma di democrazia diretta?

Ceccanti:
Il referendum abrogativo serve a verificare se nel Paese su un determinato tema una maggioranza parlamentare abbia votato delle norme sulle quali è in realtà in minoranza nel Paese. Il senso originario si perde se i quesiti sono poco comprensibili e la campagna viene in realtà usata solo come una sorta di voto di fiducia popolare sul Governo fuori dalla questione specifica. ancor più se, come in questo caso, le forze di opposizione presentano quesiti contro leggi votate non dall’attuale maggioranza ma dal proprio schieramento quando era al Governo.

Celotto:
Sicuramente il costituente non poteva immaginare un uso così frequente e capillare del referendum come avviene oggi, spesso anche su materie molto tecniche o particolarmente settoriali. Negli ultimi anni abbiamo visto referendum su aspetti specifici della giustizia, oppure su questioni come il subappalto di manodopera che, pur essendo rilevanti non erano certo il tipo di materie su cui si pensava potesse intervenire direttamente il popolo sovrano. All’epoca della Costituente il referendum era vissuto come una grande conquista democratica, al pari del suffragio universale del 1946 e c’era un’aspettativa di partecipazione diffusa e massiccia. Invece oggi, a distanza di quasi ottant’anni, assistiamo a una progressiva disaffezione: sempre più spesso il quorum non viene raggiunto e la partecipazione è molto bassa. Questo snatura un po’ lo spirito originario del referendum, che rischia di trasformarsi da grande strumento di democrazia diretta a meccanismo episodico e marginale.

2. La frequente difficoltà nel raggiungimento del quorum pone interrogativi sulla vitalità della democrazia partecipativa in Italia. Cosa ci dicono i referendum sullo stato di salute della nostra democrazia e sulla capacità del sistema politico di attivare processi di coinvolgimento reale dei cittadini?

Ceccanti:
Tutte le tornate elettorali si svolgono in un contesto difficile, in cui la partecipazione non può essere considerata come scontata. Incidono vari fattori strutturali, come l’invecchiamento della popolazione, e congiunturali, come l’aspettativa di un voto spesso scontato. Per questo, la partecipazione attesa alle elezioni che eleggono il Parlamento non è più del 90 per cento come nel 1948, il quorum va posto tenendo conto di un’astensione strutturale. Ad esempio, ponendolo alla metà più uno dei votanti nelle politiche precedenti.

Celotto:
Oggi siamo immersi in un contesto digitale che ha modificato profondamente la partecipazione democratica. È fondamentale garantire strumenti efficaci di democrazia diretta, altrimenti rischiamo di trovarci completamente scollegati dalla realtà politica. Purtroppo, sempre più cittadini percepiscono che votare o non votare non cambia molto: non vedono differenze sostanziali tra governi di centrodestra, centrosinistra o tecnici. Questo ha prodotto una certa stanchezza democratica.

Sicuramente serve rivitalizzare la partecipazione diretta, magari introducendo elementi digitali. Però attenzione: la democrazia digitale non può ridursi a quella dei social, fatta di superficialità e immediatezza, come accade nei reel su Instagram. La democrazia richiede approfondimento, studio e consapevolezza. Pensiamo al recente caso del blogger cipriota Fidias, eletto al Parlamento europeo pur dichiarando apertamente di non volersi occupare di politica. Questo è il rischio: trasformare la partecipazione in un puro esercizio di visibilità, svuotato di contenuti e responsabilità. Serve dunque una democrazia digitale seria, regolata e ben guidata.

3. Esiste, a suo parere, un filo conduttore tra l’astensione registrata nei referendum e l’andamento della partecipazione alle elezioni politiche e amministrative? È un segnale di disaffezione strutturale verso la politica o un sintomo legato alla natura specifica dei quesiti referendari?

Ceccanti:
Alcune motivazioni possono anche essere identiche, ma appunto solo alcune. Al referendum si può anche usare legittimamente in modo tattico l’astensione come un no rafforzato e poi il quorum è divenuto così lontano rispetto alla partecipazione normale che la sua esistenza al 50 più uno deprime in sé il voto, ritenendolo a priori destinato a non valere. Per politiche e amministrative, invece, il trend non è univoco. A volte, specie se il risultato è incerto, la partecipazione risale.

Celotto:
Sì, direi che c’è una disaffezione generalizzata nei confronti della politica, e questo vale per gran parte delle democrazie mature, non solo per l’Italia. In molti paesi occidentali l’affluenza elettorale è bassa, perché i cittadini spesso avvertono che le proprie scelte producono effetti limitati e che la politica ha un impatto sempre più debole sulla loro vita quotidiana.

Ma dobbiamo sempre ricordare quanto sia stata dura la conquista del diritto di voto. Poco più di un secolo fa in Italia votava solo una piccola élite di uomini, ed era inconcepibile che le donne potessero votare. Pensiamo alle grandi battaglie delle suffragette e alle violenze che hanno subito pur di conquistare quel diritto. Per questo motivo l’attuale disinteresse dovrebbe preoccuparci profondamente: il voto è una conquista storica che non va mai data per scontata.

4. Indipendentemente dall’esito del voto, crede che la campagna referendaria potrà avere un impatto concreto nel mantenere alta l’attenzione su questi temi? Oppure si rischia che, una volta spenti i riflettori del voto, le questioni sollevate vengano nuovamente marginalizzate?

Ceccanti:
Se ci riferiamo ai temi di oggi, quello della cittadinanza è destinato comunque a tornare perché il mondo è cambiato rispetto al testo del 1992 e, comunque la si pensi, norme che era destinate a un Paese di emigranti hanno bisogno di un reset complessivo. Anche il mercato del lavoro avrò bisogno di vari interventi, ma non certo di quelli proposti dai quesiti che riesumavano conflitti superati, cercando di ripristinare ciò che c’era prima anziché puntare a nuovi equilibri in avanti.

Celotto:
Alcuni temi sollevati da questi referendum restano comunque centrali nel dibattito pubblico e politico. Penso, ad esempio, al tema della cittadinanza e dell’immigrazione. L’Italia è ormai un paese che ha bisogno di immigrati, eppure continuiamo a regolare la cittadinanza prevalentemente secondo il principio dello ius sanguinis. Abbiamo nelle nostre scuole tantissimi bambini che sono nati o cresciuti qui, parlano l’italiano come noi e frequentano le nostre classi, ma non sono cittadini italiani proprio perché non siamo riusciti a stemperare lo ius sanguinis con uno ius scholae, ius culturae o uno ius soli. È evidente che, in un mondo sempre più globalizzato, sarà necessario rivedere le regole sulla cittadinanza.

Sul fronte del lavoro, oggi ci troviamo in una fase di espansione occupazionale, ma spesso accompagnata da minori garanzie per i lavoratori. Il tema del Jobs Act e delle sue conseguenze rientrava proprio in questi quesiti referendari. È importante trovare un equilibrio: come direbbe Checco Zalone, tra la sicurezza del “posto fisso” e le esigenze delle imprese di poter assumere in modo più flessibile e regolare i propri dipendenti. Il lavoro, d’altra parte, è il fondamento della nostra Repubblica: restano dunque temi centrali che dovranno continuare ad essere affrontati anche oltre il referendum.

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