Rassegna stampa 27 marzo 2018
Il Sole 24 Ore – 27/03/2018
Un fondo svizzero rileva Yesmoke
TORINO Gli svizzeri della Swiss Merchant Corporation si sono aggiudicati per 2,4 milioni la Yesmoke di Settimo Torinese, la fabbrica di sigarette fondata da Gianpaolo e Carlo Messina. Sotto sequesto dal 2014 dopo l’inchiesta per frode e contrabbando che ha travoltoi due fondatori e altri manager dell’azienda – condannati la settimana scorsa per associazionea delinquere finalizzata al contrabbando -, lo stabilimento di Settimo Torinese, alle porte del capoluogo piemontese, in realtà non si è mai fermato. Sono 51 gli addetti impiegati sulle lavorazioni del tabacco nel polo che rappresenta, insieme ad un’altra azienda marchigiana, l’unica fabbrica italiana per la produzione di sigarette. La Swiss Merchant Corporation, società di corporate finance che si occupa anche di operazioni industriali, si è aggiudicata, attraverso la newco Tuxedo, il ramo d’azienda per la produzione di sigarette, con una capacità di lavorazione di trenta container di sigarette al mese, il marchio Yesmokeei 51 dipendenti. L’obiettivo, sottolinea l’ad Francesco Caputo Nassetti, «è rilanciare l’azienda, che pur in prcedura fallimentare, la mantenuto una buona redditività in un settore ad alta marginalità». La presenza sul mercato, dunque: recuperare le quote perse in Italia e guardare all’estero «con la giusta attenzione che richiede un business complesso dove pesano le accise dello Stato» aggiunge Caputo Nasetti. All’interno del piccolo polo italiano per la produzione di sigarette nascerà anche una linea «green» con tabacco biologico, come spiega la società in una nota «proveniente da coltivazioni ecosostenibili senza pesticidi, raccoltoa manoe lavorato senza l’aggiunta di additivi, conservanti o altri trattamenti chimici». L’Italia è il primo produttore ed esportatore europeo di tabacco non lavorato e l’ottavo al mondo per per quantità, con una produzione media di oltre 50mila tonnellate l’anno in Veneto, Umbria e Campania, su una superficie compresa tra i 150 e i 180mila ettari coltivati. Il tema della sostenibilità resta un perno del rilancio industriale per lo stabilimento della Yesmoke: in azienda sarà creato un laboratorio di ricerca per produrre sigarette con carta priva di alta concentrazione di gomma e con filtri naturali. Due le linee di produzione, 8mila i metri quadrati del plant. L’asta si è conclusa alcune settimane fa, dopo si è passati ad una fase di procedura giudiziaria per controllarei requisiti della società aggiudicataria della Yesmoke. Ora la fabbrica diventa un asset in capo alla Swiss Merchant Corporation che in Piemonte ha fatt un altro investimento industriale, a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, con la startup EcoPlasTeam di cui è partner di minoranza, per costruire un impianto per la produzione di un nuovo materiale plastico denominato “EcoAllene” proveniente dal riciclo del TetraPak, i contenitori per bevande ed alimenti in plastica, alluminioe carta.
*Notizia riportata anche da: La Stampa – Corriere della Sera-Ansa.it.
Sigmagazine.it – 26/03/2018
Sigaretta elettronica, studio dimostra che non macchia i denti
L’uso della sigaretta elettronica, al contrario di quella di tabacco, non macchia i denti. Non sarà una notizia inattesa per qualsiasi vaper ex fumatore, che lo ha certamente sperimentato in prima persona nel corso degli anni. Ma è il risultato di uno studio condotto nei laboratori di ricerca di British American Tobacco e presentato venerdì scorso alla conferenza annuale della American Association for Dental Research in Florida. Nei laboratori di Southampton, nel Regno Unito, i ricercatori di Bat hanno esposto tre set di denti di mucca rispettivamente al fumo di sigaretta, al vapore di sigaretta elettronica e alle esalazioni di un riscaldatore di tabacco. Un quarto set di denti, invece, non è stato esposto né a fumo né a vapore ed usato come modello di controllo. I denti sono stati posti in un forno che replicava la temperatura del corpo umano e ricoperti di saliva umana, in modo che si creasse lo strato proteico che si forma in condizioni normali, quando le molecole della saliva si legano allo smalto. Con l’ausilio di un puffing robot, i denti sono stati esposti per quattordici giorni al fumo, al vapore o a nulla per quanto riguarda il gruppo di controllo. Naturalmente Bat ha usato i suoi prodotti, quindi come sigaretta elettronica è stato utilizzato un prototipo di Vype e come riscaldatore di tabacco Glo. Già dopo il primo giorno la differenza fra i denti esposti al fumo e quelli esposti al vapore, dichiarano i ricercatori, era visibile anche ad occhio nudo. Dopo quattordici giorni, mentre i denti esposti al fumo di sigaretta erano completamente macchiati, gli altri due set – esposti a sigaretta elettronica e riscaldatore – erano quasi indistinguibili da quelli del gruppo di controllo. Questo perché, spiegano i ricercatori, “nonostante si parli comunemente di macchie di nicotina, non è quest’ultima a macchiare i denti, ma il catrame”. Sostanza che non è contenuta nei liquidi da inalazione. Una conferma per chi è passato dal fumo al vapore e forse una motivazione in più per chi ancora non ha fatto il salto.
Https://www.sigmagazine.it/2018/03/macchia/
Sigmagazine.it – 26/03/2018
Decreto Aams, come calcolare la prevalenza per l’autorizzazione
Il recente decreto AAMS prot. 47885 reca in allegato il facsimile dell’istanza che deve essere presentata entro il 22 aprile 2018 al fine di ottenere l’autorizzazione alla vendita dei liquidi da inalazione con e senza nicotina. In tale istanza l’interessato deve autocertificare il rispetto del “criterio di prevalenza”, rilasciando un’apposita dichiarazione sostitutiva di atto notorio contenente il dettaglio delle vendite effettuate nel 2017, distinte in due categorie: • liquidi pronti con e senza nicotina soggetti ad imposta (compresi shot di nicotina disciolta in PG), hardware (ecig precaricate, box, atom, batterie e caricabatterie) e relativi pezzi di ricambio; • tutti gli altri prodotti, tra cui: aromi concentrati, liquidi “scomposti”, PG e VG puri, shot di nicotina disciolta in acqua, flaconi, boccette, attrezzi da rigenerazione e quant’altro non incluso nel gruppo 1; ovviamente, nel caso di negozi “misti” non specializzati nell’ecig, in questo secondo gruppo rientrano anche le vendite di tutti gli altri prodotti diversi da quelli da svapo. L’autorizzazione potrà essere concessa solo se il totale delle vendite 2017 relative al gruppo 1 supera il totale del gruppo 2. Si sottolinea che la verifica della prevalenza deve essere effettuata da tutti i negozi, compresi quelli che trattano in via esclusiva materiale da svapo. Importante: la metodologia descritta di seguito si applica ai negozi che sono stati attivi per l’intero anno 2017; per i negozi che hanno avviato l’attività nel corso del 2017 o nel 2018 si forniscono alcune note operative alla fine dell’articolo, dopo l’esempio numerico. Per compilare l’istanza, è necessario avere a disposizione i dati di vendita 2017 distinti nelle due categorie descritte; e praticamente nessun negozio può aver tenuto distinte, nell’anno scorso, le vendite dei due gruppi (in quanto tale distinzione è sorta solo con il decreto AAMS). Deve essere quindi risolto il problema di ricalcolare a posteriori i presumibili ricavi di vendita 2017 da attribuire alle due categorie. Senz’altro può essere forte la tentazione di indicare valori di vendita stimati “a spanne”, senza riscontri particolari; ma va ricordato che si sta rilasciando una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, per cui se si accertasse che i valori dichiarati non corrispondono al vero si rischiano anche sanzioni penali. Ed è importante ricordare che, in caso di controllo, i verificatori non sono tenuti a determinare con certezza l’importo reale delle vendite, per contestare la falsità della dichiarazione: è sufficiente dimostrare che i valori reali non possono essere quelli dichiarati. Pertanto, è opportuno fare qualche sforzo per determinare con buona approssimazione i valori da indicare nell’istanza da presentare ad AAMS. Il metodo più agevole è sicuramente fare riferimento alle fatture di acquisto; analizzando gli acquisti 2017, è necessario sommare il costo di acquisto di tutti i beni rientranti nel gruppo 1 visto sopra. Il totale di tali acquisti va poi diviso per il totale complessivo di tutti gli acquisti dell’anno, ottenendo quindi la percentuale degli acquisti riconducibile al gruppo 1. Tale percentuale sarà poi applicata alle vendite totali del 2017, determinando così su base presuntiva (ma realistica) l’importo delle vendite del gruppo 1. Facciamo un esempio numerico per chiarire il concetto; tutti i valori indicati sono IVA esclusa. Dati di partenza: Fatturato totale 2017: € 20.000 Acquisti 2017 di beni “gruppo 1”: € 9.000 Totale complessivo acquisti 2017 (compreso il gruppo 1): € 12.000 Percentuale acquisti “gruppo 1” rispetto al totale: 9.000 / 12.000 x 100 = 75% Ricavi presunti “gruppo 1”: € 20.000 x 75% = € 15.000 Ricavi presunti “gruppo 2”: € 20.000 – € 15.000 = € 5.000 Gli ultimi due valori sono quelli che si dovranno inserire nell’istanza: CASI PARTICOLARI Per i negozi che hanno avviato l’attività nel 2017 o 2018, e quindi non erano ancora attivi alla data del 01/01/2017, il metodo sopra descritto rimane valido, ma i dati da prendere in considerazione non sono semplicemente i valori delle vendite e degli acquisti del 2017; vanno invece presi in considerazione le vendite e gli acquisti dei periodi di seguito indicati. Attività avviata da più di 12 mesi: questo caso non è contemplato esplicitamente dal modello di istanza, ma si ritiene che possa essere utilizzata la prima sezione, quella riservata genericamente “soltanto per gli esercizi di vicinato”; i valori da indicare si ritiene debbano essere sempre quelli relativi all’esercizio 2017, anche se tali valori si riferiscono solo ad una parte dell’anno. Attività avviata da meno di 12 mesi, ma più di tre mesi: in questo caso si deve utilizzare l’apposita sezione dell’istanza, indicando i dati relativi all’intero periodo di attività; pertanto, per effettuare il calcolo sopra descritto, si dovranno prendere in considerazione tutte le fatture di acquisto ricevute (2017 e 2018), calcolare la percentuale degli acquisti “gruppo 1” ed applicare tale percentuale al totale delle vendite (2017 + 2018). Attività avviata da meno di tre mesi o da avviare in futuro: queste aziende non dovranno comunicare alcun dato, al momento della presentazione dell’istanza; dovranno essere comunicati i dati del primo trimestre di attività entro 30 giorni dalla sua conclusione.
Https://www.sigmagazine.it/2018/03/autorizzazione/
Sigmagazine.it – 26/03/2018
Liquidi senza nicotina, i tabaccai possono venderli ai minori
I tabaccai possono vendere ai minori i liquidi di ricarica senza nicotina. Non è un errore, è proprio così. Lo dice la legge e non lo smentisce il decreto direttoriale dell’agenzia delle dogane e dei monopoli. L’incongruenza è stata evidenziata da Massimiliano Federici, presidente dell’associazione di categoria Coiv. “La soddisfazione del provvedimento pubblicato da Aams la rimando a quando avremo ben chiare tutte le regole e soprattutto quando saranno uguali per tutti, compreso il divieto di vendita dei liquidi senza nicotina previsto soltanto per i negozi specializzati”. In effetti, il decreto 6 gennaio 2016, meglio noto come recepimento italiano della Direttiva europea tabacchi, fa espressamente “divieto di vendita ai minori di 18 anni di sigarette elettroniche e di liquido di ricarica con presenza di nicotina, già precedentemente disposto da un’ordinanza del Ministro della salute”. Questo valeva per tutti – tabaccai, farmacie, negozi specializzati – ed esclusivamente su quanto normato dalla Direttiva. Ovvero liquidi con nicotina e sigarette elettroniche precaricate o usa e getta. Giovanni Kessler, direttore di Aams, nel decreto del 24 marzo rivolto ai negozi di vicinato, alle farmacie e alle parafarmacie (ma non ai tabaccai) che volessero continuare a vendere prodotti del vaping, ha espressamente scritto che “sono tenuti ad osservare il divieto di vendita ai minori dei prodotti da inalazione senza combustione costituiti da sostanze liquide, contenenti o meno nicotina”. In sostanza, secondo la normativa italiana i tabaccai possono vendere i liquidi senza nicotina ai minori mentre non possono farlo i negozi specializzati in sigarette elettroniche. La voce era insistente anche nei giorni precedenti la pubblicazione del Decreto, tanto che anche sulle nostre colonne sollevammo la questione e riprendendo la voce del Ministero della Salute. Due pesi e due misure. Ma soprattutto una imposizione di una agenzia dello Stato che interviene scavalcando l’autorità di una norma di legge applicata per Decreto e rafforzata da una circolare ministeriale.
Https://www.sigmagazine.it/2018/03/liquidi-senza-nicotina-minori/
Il Gazzettino – 27/03/2018
Sigarette elettroniche, cade il divieto nei parchi
NEL VICENTINO VENEZIA Dopo cinque anni di polemiche, cade il divieto di fumare le sigarette elettroniche nei parchi giochi di Malo. Il 2 aprile 2013 il Comune vicentino aveva emanato un’ordinanza, diventata ben presto un caso, che estendeva la proibizione riguardante il tabacco anche alle “e-cigarette”. Ma su richiesta di un imprenditore del settore, residente in paese, ora il Tar del Veneto ha annullato proprio quel passaggio del provvedimento. L’ORDINANZA Il regolamento di polizia urbana, approvato ancora nel 2009, fra le attività vietate nei giardini pubblici citava il fatto di «fumare nei parchi giochi». Successivamente il responsabile dei Servizi Sociali aveva firmato un’ordinanza che ampliava quella prescrizione: «Il divieto di fumo all’interno dei locali comunali e di altri enti pubblici nel territorio comunale, nonché nei parchi giochi come definiti nel vigente regolamento di polizia urbana, si estende anche alle “sigarette elettroniche”». La polizia locale era stata incaricata di vigilare sul rispetto di questa disposizione, pronta in caso di trasgressioni ad elevare sanzioni da 27,50 a 275 euro. L’IMPUGNAZIONE Il 31 maggio 2013 era così scattata l’impugnazione da parte di Gianluca Rossi, il quale aveva spiegato di «fare abitualmente uso di sigarette elettroniche anche non contenenti nicotina» e di ritenere illegittima la misura. Le sue doglianze sono state accolte dal Tribunale amministrativo regionale, secondo cui «ferme restando le disposizioni normative statali e regionali concernenti il divieto di fumo a tutela della salute», da un lato l’ordinanza «non è qualificabile come ordinanza contingibile ed urgente» e dall’altro il Comune ha «travalicato le competenze assegnate agli enti locali laddove, in mancanza di una disposizione legislativa statale o regionale, ha imposto il generalizzato divieto di utilizzo di tutte le tipologie di sigarette elettroniche, anche non contenenti nicotina».
ItaliaOggi – 27/03/2018
Cannabis, un immenso business
Per un discreto numero di businessmen e imprenditori del Golden State la sua liberalizzazione è stata il segnale di una nuova corsa all’oro. Nel 2016 il produttore di sigarette Philip Morris ha investito nella startup israeliana Syge Medical, che sviluppa tecnologie di inalazione. La sua liberalizzazione ha scatenato in California (Usa) una nuova corsa all’oro. Perfino Microsoft e Philip Morris investono nel settore. Un business d’oro nel Golden State. Quasi vent’anni dopo aver autorizzato la cannabis a uso terapeutico, la California dallo scorso 1° gennaio ha liberalizzato lo stupefacente più consumato al mondo. Ma ad alcune condizioni: età uguale o superiore ai 21 anni, detenzione non superiore ai 28 grammi, coltivazione personale non superiore a sei piante. E regole: evitare il consumo in pubblico, al volante o vicino alle scuole. Per gli adepti californiani della marijuana il 1° gennaio è stato sinonimo di nirvana. Per un discreto numero di businessman e imprenditori del Golden State è stato invece il segnale di una nuova corsa all’oro, verde in questo caso. Negli Stati Uniti è stato il Colorado, nel 2014, ad aprire la strada al consumo libero di cannabis in tutte le forme. Ma, con i suoi 40 milioni di abitanti e il suo pil da sesto paese al mondo, è la California ad avviare su grande scala il mercato della cannabis, sebbene negli Usa il governo federale, che considera l’«erba» una sostanza pericolosa, ne vieti la circolazione nel paese. Nel frattempo gli stati più «compiacenti» intendono approfittare di questa nuova risorsa, che potrebbe creare decine di migliaia di posti di lavoro. Il mercato mondiale della cannabis legale, terapeutica e ricreativa, supererà i 31 miliardi di dollari (quasi 25 miliardi di euro) entro i prossimi tre anni, prevede l’istituto Brightfield. La cannabis, che genera fino a 5 milioni di dollari all’acro (0,4 ettari), rende 200 volte più del tabacco e del luppolo. Un vantaggio niente affatto generalizzato: i viticultori della Napa Valley, in California, faticano per esempio ad attirare lavoratori stagionali, pagati molto meglio per la raccolta della cannabis che per la vendemmia. Intanto investitori, imprenditori e anche vip, come l’ex pugile Mike Tyson, che ha appena acquistato 16 ettari di terreno nella Valle della morte, si lanciano nel business. E anche le grandi imprese corteggiano questo promettente mercato. Nel 2016 il produttore di sigarette Philip Morris ha investito nella startup israeliana Syge Medical, che sviluppa tecnologie di inalazione. Mentre Microsoft ha stretto una partnership con Kind Financial, che sviluppa per le autorità software per sorveglianza degli operatori e dei consumatori di cannabis. E a Wall Street lo scorso 1° marzo la campanella è suonata per Cronos, la prima società (valorizzata 2 miliardi di dollari) del settore cannabis a essere quotata al Nasdaq. Senza trascurare gli introiti fiscali. In California, primo mercato mondiale, le tasse del settore potrebbero raggiungere il 35% degli introiti, stimati in 9 miliardi di dollari nel 2018.
Vita e salute – 24/03/2018
Funzionano le immagini shock?
LE MALATTIE DIPINTE SUL PACCHETTO Su prescrizione della normativa europea, i pacchetti di sigarette contengono ormai immagini “shock”, che descrivono visivamente i danni che il fumo provoca sull’organismo. Per tanto tempo questo provvedimento è stato criticato da chi riteneva che infondere paura nei fumatori non induce al cambiamento. È vero? In un’indagine effettuata negli Usa sono stati intervistati 2.149 adulti fumatori. Si è visto che le immagini sui pacchetti aumentano le sensazioni negative, ma anche la resistenza verso tali sensazioni. In pratica, col passare del tempo ci si abitua alle percezioni derivanti da questa comunicazione, ma alla fine si ottiene un modesto aumento delle intenzioni di smettere. Possiamo concludere che, sebbene l’efficacia non sia alta, mostrare tutti i giorni a chi fuma quello che può succedergli alla fine ottiene qualche risultato. * DERMATITE ATOPICA? COLPA DEL FUMO PASSIVO La dermatite atopica rappresenta un problema diffuso, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti, di origine incerta e di difficile gestione. Una delle cause può essere il fumo, e non solo quello attivo. Uno studio su un gruppo di adolescenti coreani sottoposti a fumo passivo, rivela che hanno un rischio maggiore del 12% rispetto a quelli che non subiscono questa esposizione tossica. Se i ragazzi fumano attivamente, invece, il rischio è ancora più alto (18% in più dei non fumatori).
The Motley Fool – 25/03/2018
Better Buy: Altria Group Inc. vs. British American Tobacco
Over the long run, Altria Group and British American Tobacco have been big winners in the tobacco industry. Altria’s history dates back for decades as the parent company of Philip Morris USA, while British American recent purchased the remaining stake of Reynolds American that it hadn’t already owned. Now, both companies face regulatory threats that could endanger their future in the U.S. market. That has investors wondering which stock is the smarter pick right now. Below, we’ll provide some quantitative analysis as well as a look at the companies’ business fundamentals to help you decide whether Altria Group or British American Tobacco is the better fit for your stock portfolio. Valuation and stock performance Neither Altria nor BAT has seen very good returns lately. British American is down 15% over the past 12 months, while Altria shares have fallen 21% since March 2017. It’s almost impossible to compare stocks based on trailing earnings right now, because the recent impact of tax reform has dramatically affected the reported net income of stocks that have exposure to the U.S. market. However, when you look at projected future earnings, Altria looks modestly cheaper than its British counterpart, with a forward earnings multiple of just under 14 compared to BAT’s stock price at about 15 times forward earnings. That’s a relatively minor difference, but it reflects fairly closely the difference in share price performance over the past 12 months and gives Altria a slight valuation edge. Dividends Both Altria and BAT have done a good job in paying healthy dividends to their shareholders. British American’s current yield is a little higher at just over 5%, but Altria’s 4.7% dividend yield isn’t too far behind. Both companies have also built up a solid history of dividend growth. It’s a bit more challenging to measure British American Tobacco, but when you look at payments denominated in British pounds, you can see a steady trend toward dramatically higher total dividends over time. The stock just recent switched from the European method of unequal semi-annual payments to steadier quarterly payments, so it’ll be interesting to see how these dividends rise going forward. For Altria, a nearly half-century track record of consistent dividend increases has benefited shareholders once you factor in the impact of spun-off businesses along the way. Overall, BAT has a slight edge on the dividend front, but it’s pretty small. Altria is also a solid choice for a dividend investor. Growth prospects and risks Both Altria and BAT face many of the same risks. Above all is the recent move from the U.S. Food and Drug Administration to regulate nicotine levels in cigarettes and possibly other products as well. Both Altria and British American would have trouble with complying with directives that would force nicotine levels below the amount considered necessary to avoid addiction, and that poses a business threat to each. There are ways in which the companies differ, though. Altria has its major stake in Anheuser-Busch InBev, which offers at least modest diversification to go with holdings like its Ste. Michelle Wine Estates wine business. BAT is more concentrated on cigarettes. Both companies are exploring reduced-risk products, but BAT is arguably doing more of its work in-house, compared to Altria’s partnership with its former international subsidiary to do research on alternative products more collaboratively. Perhaps most importantly, BAT has its international operations to fall back on. Altria is purely domestic and would essentially have its sole source of cigarette revenue taken away if it couldn’t sell to the U.S. market because of new FDA regulations. BAT maintains a huge presence around the globe, and other regulators are likely to be more lenient than the U.S. in allowing tobacco sales. Overall, that last factor is enough to tip the scales toward British American Tobacco. Altria has an outstanding history, but with rising risk levels associated with the transformation in the industry, the geographical diversification that BAT offers is worth a lot.
Https://finance.yahoo.com/news/better-buy-altria-group-inc-190300801.html
Europe1.fr – 26/03/2018
13 anciens salariés portent plainte contre Philip Morris et les cigarettes électroniques: pourquoi ont-ils exercé un droit de retrait?
13 salariés du Cigarettier Philip Morris viennent de saisir la justice pour exercer leur droit de retrait et ainsi rompre leur contrat de travail. Un procès singulier qui va s’ouvrir devant le conseil des prud’hommes. Ces salariés étaient tous commerciaux du géant américain et ils affirment avoir été manipulés. Une première dans le monde du travail, un groupe de salariés assignent leur employeur en justice, pour tromperie ? C’est un procès pour le moins curieux qui va s’ouvrir devant le conseil de prud’hommes. Des commerciaux estiment avoir été manipulés par leur employeur, le cigarettier Philip Morris. Ils étaient chargés de vendre les mérites d’une nouvelle forme de cigarette électronique qui contient du tabac, l’IQQS, c’est le nom de cette cigarette qui se présente sous forme d’un stylo dans lequel on introduit une cigarette filtre raccourcie qui en chauffant va produire de la vapeur. À priori, pas de dégagement de fumé donc pas de goudron ni de monoxyde de carbone, ce qui fait dire à Philip Morris que cette cigarette serait plus saine. Tout cela ne serait pas vrai ? En tout cas, c’est ce que soutiennent les salariés car cette nouvelle cigarette sans fumée mais avec du tabac (ce qui est une innovation pour Philip Morris) serait, tout comme la cigarette, addictive et donc forcément nocive. Et puis les méthodes de vente déplaisaient aux salariés qui devaient donner RDV aux futurs clients dans des cafés partenaires pour vanter les mérites de cette nouvelle cigarette qui était, selon leur employeur, une alternative révolutionnaire. Précisons qu’en prime, les vendeurs se devaient de consommer et tester cette cigarette du futur en prenant bien soin de ne pas employer le mot fumer mais consommer. Mais la promotion du tabac sous quelque forme que ce soit est interdite en France, non ? Exactement ! En fait, ils faisaient la promotion d’une nouvelle manière de consommer du tabac. La direction générale de la Santé la rappelé au géant du tabac. Du coup, tricherie sur la prétendue non nocivité de ces cigarettes électroniques, ajoutée à des objectifs de ventes irréalisables, les salariés ont exercés leur droit de retrait. Qu’est-ce exactement un droit de retrait pour des salariés ? C’est le droit de tout salarié de refuser de continuer à travailler dans une situation dangereuse, en l’occurrence quand sa santé ou sa vie est en danger. Il peut donc arrêter de travailler sur le champs sans l’accord de son employeur. Obliger ses salariés à fumer pour vanter les mérites d’une nouvelle cigarette électronique contenant pour l’essentiel du tabac chauffé peut s’avérer dangereux, le principe de précaution peut être invoqué. Connaît-on la réaction de Philip Morris ? Au stade de l’action, ils disent qu’ils vérifient tout cela auprès de leur partenaire français qui a recruté ces salariés. Il s’agit d’une agence de marketing et ils s’étonnent de ces pratiques qui ne seraient pas les leurs.
Atlantico.fr – 26/03/2018
L’Autriche réautorise les cigarettes dans les restaurants : le détail qui n’a l’air de rien mais qui pourrait être le révélateur d’un fait politique majeur pour l’Europe
Atlantico : Les députés autrichiens, notamment sous l’impulsion du FPO, ont pu revenir sur une loi qui devait être votée relative à l’interdiction de fumer dans les bars et les restaurants. Derrière ce qui pourrait apparaître comme un détail, ne faut-il pas voir ici un important fait politique pouvant symboliser une opposition entre élites d’une part, et une population qui a pu avoir la perception d’être infantilisée sur des questions de la vie quotidienne, sur la santé, la sexualité, le poids, ou autres comportements sociaux, au cours de ces dernières années ? Quel pourrait être le potentiel d’un populisme s’emparant de telles thématiques ? Christophe Boutin : Il convient de se poser clairement la question de la multiplication de ces lois que certains n’hésitent pas à qualifier de « liberticides », et qui, effectivement, limitent nos libertés, aboutissant à l’État moderne et à son « totalitarisme mou », qui profite non à de véritables élites, qui en payent le prix comme les autres, mais à une technostructure. Il faut comprendre, d’abord, que les citoyens sont en partie responsables de cette dérive. Prenons-en quelques exemples. Comme l’écrit Stuart Mill, l’usage d’une liberté est aussi un risque dont l’homme doit assumer les conséquences. Marcher, c’est courir le risque de tomber… et savoir ne s’en prendre qu’à soi. Or personne n’entend plus assumer les conséquences de ses choix : on veut bien par exemple boire et fumer, mais ce serait à la société de prendre en charge les soins que demande la santé du fumeur ou du buveur. Et pour limiter cette prise en charge coûteuse l’État impose à tous les mêmes interdictions. Par ailleurs, quand certains comportements causent une gêne non seulement à l’ordre public mais aussi au seul bien être de nos voisins, l’éducation imposait une auto-limitation. Les règles de politesse, les usages, permettaient d’éviter les frictions, mais leur disparition conduit ici encore l’État à intervenir pour réguler par la norme certains comportements. Le monde moderne est enfin celui de l’émotionnel, qui gouverne les masses en lieu et place de la raison. Qu’un événement dramatique (ou dramatiquement médiatisé) ait lieu et les citoyens demandent une réponse immédiate à un État qui va ajouter encore de la norme à la norme. Il faut comprendre ensuite que dans notre société moderne, qui laisse face à face des individus désarmés et un État tout puissant, les minorités agissantes jouent un rôle majeur. Associations, lobbies, tous prétendent imposer à la société tout entière leurs propres normes de comportement. On n’est plus dans le cadre du débat démocratique, laissant tout un chacun libre de confronter les possibles et de faire des choix, mais dans la lutte du Bien contre le Mal, avec sanctions pénales et cours de rééducation pour ceux qui continueraient de se tromper. Mais Rousseau déclarait déjà : « ceux-là on les forcera à être libres ». Enfin, si l’État fait aussi facilement droit à ces revendications, c’est qu’il y trouve un instrument inégalé pour étendre son pouvoir. Comment ne pas penser ici à Alexis de Tocqueville décrivant dans De la démocratie en Amérique un « pouvoir immense et tutélaire » « absolu, détaillé, régulier, prévoyant et doux », qui ne cherche qu’à « fixer irrévocablement dans l’enfance » les citoyens et, pour cela, couvre la surface de la société « d’un réseau de petites règles compliqués, minutieuses et uniformes, à travers lesquelles les esprits les plus originaux et les âmes les plus vigoureuses ne sauraient se faire jour », réduisant « chaque nation à n’être plus qu’un troupeau d’animaux timides et industrieux, dont le gouvernement est le berger » ? Vincent Tournier : Cette décision peut paraître absurde, mais elle se comprend si on la voit comme une réaction face à des élites perçues comme arrogantes et liberticides. C’est tout le paradoxe de notre époque : les élites sont très libérales par certains côtés, mais antilibérales par d’autres. Elles vantent par exemple la liberté de circuler ou de travailler partout dans le monde, elles veulent pouvoir placer leurs capitaux où bon leur semble, avoir à leur disposition une offre variée de biens et de services, pouvoir changer facilement de prestataires, mais en même temps, elles développent une éthique de vie qui ressemble à un néo-puritanisme, à un néo-hygiénisme : elles cultivent un mode de vie qui se veut très sain, elles vantent le culte du corps, défendent une alimentation équilibrée, le respect de l’environnement, la fin de la voiture et l’obligation du vélo, etc. Ce néo-hygiénisme est assez autoritaire : il conduit à multiplier les normes, les contraintes, les réglementations ; il ambitionne aussi de formater les comportements et même les pensées. Il entend canaliser le débat, limiter les disc