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Metano 2, il ritardo italiano rischia di essere sine die

29 Ottobre 2026

Dall’inadempienza da agosto 2025 agli emendamenti al Senato: come si attua, e come si svuota, una legge europea

Sulla carta l’Italia parte avvantaggiata nell’attuazione del Regolamento europeo sul metano. Di fatto, è in ritardo di quasi due anni e rischia di trasformare quel ritardo in qualcosa di peggio.

Il regolamento impone a ogni Stato membro di designare le autorità competenti e di dotarsi di un regime sanzionatorio «effettivo, proporzionato e dissuasivo» entro il 5 agosto 2025. L’Italia manca la scadenza. Il Consiglio dei ministri aveva approvato il 30 giugno 2025 un disegno di legge governativo (prima firma di Giorgia Meloni e seconda di Pichetto Fratin) che riunisce tre materie: la cattura e lo stoccaggio della CO₂, l’idrogeno e negli ultimi due articoli, il sistema di governo degli obblighi sul metano. 

A luglio, Bruxelles avvia la procedura per il ritardo e risulta aperto anche un EU Pilot sulla mancata notifica alle autorità competenti. Il testo, vistato dalla Ragioneria generale, arriva al Senato il 16 marzo 2026 come Atto Senato 1836 ed è assegnato all’8ª Commissione.

Fin qui, si tratta di un’inadempienza, e, come tale, sanabile. È la fase emendativa a in corso a cambiarne la natura. Dopo le audizioni del 23 giugno, nelle quali Proxigas e UNEM chiedono una tregua sanzionatoria di almeno tre anni, a fine luglio vengono depositati tre emendamenti di maggioranza, identici al testo, firmati da esponenti di Fratelli d’Italia, di Forza Italia e della Lega. Il 9 settembre arriva una seconda versione, il cosiddetto testo 2, che opera attraverso due meccanismi.

Il comma 3-bis: le sanzioni scatterebbero solo dopo l’adozione delle norme attuative e tecniche necessarie per ciascun obbligo e, comunque, con un ulteriore periodo di attesa di almeno ventiquattro mesi. Poiché per quelle norme non è fissato alcun termine, si tratta di un rinvio senza data all’intero regime. Il secondo è il comma 3-ter: nessuna sanzione per le violazioni relative al periodo 2027-2029. Nella Raccomandazione della Commissione del 20 luglio 2026 questa moratoria riguardava gli obblighi degli importatori. Nel testo 2 si estende alla riparazione delle perdite, al divieto di venting e di flaring di routine, alle apparecchiature e alle torce degli impianti italiani. Per quanto risulta dagli atti, nessun audit aveva chiesto di arrivare fin lì. 

I problemi sono tre. Il primo è giuridico. Una raccomandazione è soft law, non vincola. Trascriverla in legge, allargandola e distorcendola, capovolge la gerarchia delle fonti. Il regolamento è direttamente applicabile: una norma nazionale che lo contraddice andrebbe disapplicata, e il rischio concreto è di passare da un’infrazione per ritardo, sanabile, a una per non conformità sostanziale, più grave e più difficile da rimediare. È la tesi della nota di Amici della Terra ai senatori del 22 settembre. Il secondo è sanzionatorio. Il minimo previsto dal testo, 1.000 euro, appare basso rispetto al criterio della dissuasività e, infatti, i gruppi di opposizione hanno presentato emendamenti per alzarlo, con importi diversi ma una convergenza rara. Il terzo è politico: la grave contraddizione tra gli impegni strategici (presidenza del G7, Carta di Venaria,industrie nazionali, OGMP 2.0) e la ritirata.

A Bruxelles il Governo ha sostenuto, insieme ad altri undici Stati, la richiesta di un rinvio di tre anni degli obblighi sulle importazioni. La viceministra Gava ha spiegato che la sicurezza degli approvvigionamenti viene prima di tutto. Ma gli stoccaggi italiani sono al 90% all’inizio dell’inverno e l’Italia è la prima in Europa per quantità di gas immagazzinato, come ricorda Snam. Nel 2024, durante la presidenza italiana del G7, la Carta di Venaria ha fissato l’obiettivo di ridurre del 75% le emissioni globali di metano provenienti da fonti fossili entro il 2030. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima poteva affidare al Piano Mattei anche il coordinamento con i Paesi esportatori. Eni, Snam e Italgas del resto sono certificate secondo lo standard OGMP 2.0 Gold. Si può rivendicare tutto questo all’estero e sospendere le sanzioni nei confronti di chi ignora le regole a casa?

A pagarne il prezzo sarebbero, per prime, le imprese che hanno investito in misurazione e verifica: un regime senza denti trasforma l’Italia in una giurisdizione in cui è più comodo non adeguarsi. I problemi tecnici esistono: mancano atti delegati, l’accreditamento dei verificatori è in ritardo. Ma la risposta è un decreto ministeriale con criteri chiari e valutazioni caso per caso sulla sicurezza degli approvvigionamenti, non una sospensione per legge dell’intero sistema.

Il testo è ancora in esame al Senato. Approvarlo nella forma presentata a marzo, con un minimo sanzionatorio più elevato e maggiore trasparenza, costerebbe poco e darebbe all’Italia ciò che oggi manca: credibilità da spendere a Bruxelles e presso i suoi fornitori. Svuotarlo, invece, significherebbe aver perso un anno per arrivare, con calma, a una legge che non si può applicare.

Massimo Micucci

Fonti

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