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Una legge  europea che misura le perdite, migliora l’economia e il clima

27 Ottobre 2026

Storia del Regolamento europeo sul metano, e perché riguarda insieme la sicurezza e il clima

Ci sono leggi che nascono da un’ideologia e altre che nascono dai fatti. Il Regolamento europeo sul metano, il 2024/1787, nasce da un lungo processo  basato su misurazioni scientifiche.  Oggi è al centro di uno scontro politico, perché chiama in causa la sicurezza energetica ma riguarda l’economia , l’energia e il clima; conviene partire da come è nato.

Tutto comincia nell’ottobre 2020, quando la Commissione Europea pubblica la strategia europea sul metano. L’anno dopo, alla COP26 di Glasgow, l’Unione europea e gli Stati Uniti lanciano  insieme il Global Methane Pledge: tagliare le emissioni globali di almeno il 30% entro il 2030. Il 15 dicembre 2021 arriva una proposta di regolamento nell’ambito del pacchetto “Fit for 55”. Il Consiglio fissa la posizione un anno dopo, in Parlamento, il 9 maggio 2023, con 499 voti favorevoli, l’accordo provvisorio si chiude a metà novembre. Il voto finale di Strasburgo, il 10 aprile 2024, è  chiaro: 530 sì, 63 no, 28 astenuti. Il Consiglio approva il 27 maggio, il testo del regolamento  entra in vigore il 4 agosto 2024.

Che cosa dice ? Non mette al bando il gas, neppure quello importato. Chiede di misurare, rendicontare e verificare le emissioni (in sigla MRV), di cercare e riparare le perdite con controlli regolari, di smettere di disperdere in atmosfera e di bruciare in torcia il gas di routine.  E, novità assoluta, chiede la stessa trasparenza a chi vende gas, petrolio e carbone all’Europa: dal 2027 gli importatori dovranno dimostrare che i nuovi contratti , dopo il 2024, riguardano combustibili sottoposti a misure equivalenti a quelle europee, poi comunicare l’intensità di metano e, più avanti, rispettare soglie massime. È la parte che conta davvero. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, per i grandi importatori (Unione, Regno Unito, Giappone, Corea e Cina) il metano legato al petrolio e al gas importati, pari a 15 milioni di tonnellate nel 2024, è il triplo di quello della produzione interna.

Sul fronte del clima la questione è semplice. Il metano è responsabile di circa un terzo del riscaldamento attuale e, su vent’anni, scalda l’atmosfera  ottanta volte più dell’anidride carbonica: ridurlo è la leva più rapida per frenare l’aumento delle temperature nel breve periodo. Il Global Methane Tracker 2026 dell’IEA stima che, nel 2025, le fonti fossili emetteranno circa 124 milioni di tonnellate (45 dal petrolio, 43 dal carbone, 36 dal gas), pari al 35% circa delle emissioni di origine umana. Circa il 70% si può abbattere con tecnologie già disponibili, e più di 35 milioni di tonnellate senza alcun costo netto ai prezzi del 2025.

Sul fronte della sicurezza il discorso si ribalta nella  narrazione di una parte degli operatori. Il metano che si perde è gas già estratto, pagato e mai consumato. L’IEA stima che ogni anno il gas recuperabile sia di circa 200 miliardi di metri cubi: 100 dalle perdite della filiera  del petrolio e del gas, 100 dall’eliminazione del flaring non di emergenza. 2 anni dopo la crisi del Golfo e la chiusura quasi totale di Hormuz, hanno sottratto al mercato circa un quinto del GNL mondiale: l’Agenzia Internazionale per l’energia  osserva che il gas recuperabile supererebbe  il doppio i volumi perduti. Un’analisi di Rystad Energy di giugno 2026, commissionata da Environmental Defense Fund con numeri controllabili, aggiunge che il certificato al livello più alto con lo schema volontario OGMP 2.0, supera di oltre tre volte il fabbisogno di importazioni europeo, e che le tensioni sui prezzi nascono dagli shock globali, non dal regolamento.

Per l’Italia la questione pesa più che altrove. Siamo il punto in cui confluiscono i corridoi non russi: il gas algerino che arriva a Mazara del Vallo, quello azero a Melendugno, quello libico a Gela. Eni, Snam e Italgas hanno già ottenuto lo standard Gold dell’OGMP 2.0. Un regolamento credibile, per un Paese così fatto, è un vantaggio competitivo e la base per dare più sostanza al Piano Mattei come cooperazione tecnologica fra pari, e non come condizionalità imposta da Bruxelles.

Eppure la storia non è finita. Nell’ottobre 2026 la Commissione ha proposto di rinviare di un anno gli obblighi sulle importazioni, e il Parlamento europeo ne ha richiesti addirittura tre. Di che cosa significhi, e di come l’Italia sta attuando la legge, parlerò nei prossimi interventi. Intanto, vale la pena ricordare perché quel testo fu scritto con tanta convinzione e da una maggioranza così ampia: perché ciò che non si misura non si ripara e non si risparmia.

Massimo Micucci

Fonti

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