Il domani come opportunità

Pubblicato lunedì 01 Luglio 2019

Oggi, agli albori della “rivoluzione 4.0”, non si fa che parlare di tematiche come 5G, Internet of Things, Intelligenza Artificiale, spesso con una certa inclinazione al pessimismo e al terrorismo psicologico. Il leitmotiv ricorrente, infatti, è che le nuove tecnologie porteranno via il lavoro agli esseri umani, dal momento che i robot saranno in grado di svolgere perfettamente numerose mansioni, senza costi per le aziende.

Un altro punto di vista

Ebbene, perché non provare una volta per tutte ad analizzare la questione da un altro punto di vista?

In altre parole, non è detto che il cambiamento debba essere necessariamente sinonimo di “peggioramento”. Del resto, anche la storia ce lo insegna, tutte le rivoluzioni industriali avvenute nel corso dei secoli, hanno  determinato un riassetto totale del mondo del lavoro e le conseguenze di tale ribaltamento, nella maggior parte dei casi, sono state positive.

A livello antropologico, si può notare un’evoluzione insita nella concezione stessa di lavoro, intesa come traslazione dal piano fisico a quello intellettuale. Se si considera che tale migrazione, peraltro ancora in corso, riguarda anche tutti i corollari propri del concetto di lavoro, come impegno, sforzo e fatica, bisogna constatare che l’avvento delle macchine non è stata un’innovazione tanto negativa. Ed è vero che gli strumenti tecnici hanno sostituito gli uomini, ma ciò è avvenuto principalmente per i mestieri più usuranti e degradanti. In altre parole, storicamente il cambiamento provocato dalle rivoluzioni industriali si è sempre tradotto in un miglioramento delle condizioni di lavoro e dunque della qualità della vita.

Anche nel caso della rivoluzione 4.0, si può star certi che per tante professioni che spariranno altrettante ne nasceranno. Infatti, grazie alle nuove tecnologie in arrivo e in fase di progettazione, si renderanno necessarie tante figure professionali che adesso stentiamo ancora a immaginare.

Il lavoro 4.0

La Cognizant, azienda statunitense focalizzata sul futuro del mondo del lavoro, ha recentemente pubblicato un white paper che traccia un quadro articolato delle professioni del domani. Uno dei dati più interessante che emerge è che, a differenza di quanto si possa immaginare, solo una parte delle nuove professioni richiederà delle competenze molto specifiche, come il Data Detective. Al contrario, molte altre, come il Walker/Talker, richiederanno esclusivamente una grande umanità, per rispondere alle richieste di compagnia o conversazione delle persone. Detto questo, è innegabile che per non rimanere indietro, la chiave è l’acquisizione di nuove competenze. Perché seguire ed anticipare i flussi è l’unico modo per non subirli e trarne i maggiori benefici.
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5 anni per trasformare il mondo del lavoro

Inoltre, nell’ambito del “Forum sul lavoro del futuro e le nuove competenze”, organizzato dal Sole 24 Ore in collaborazione con EY, è stato ipotizzato che basteranno 5 anni per trasformare il mercato del lavoro. Si stima che circa il 50%-60% delle professioni cambierà sulla base delle nuove tecnologie. Tuttavia, senza andare troppo lontano, basta consultare Linkedin, per rendersi conto che siamo già nel “futuro”. La maggior parte delle aziende è in cerca di nuove professionalità, specializzate nella gestione dei big data, della privacy, della cyber security, o ancora, in attività di e-commerce. E se ieri gli architetti si occupavano solo di costruzioni fisiche, oggi cominciano ad essere molto richiesti i Cloud Architect che “progettano” architetture virtuali per gestire online interi sistemi informativi.
Dunque, anche se secondo le statistiche solo il 5-10% dei mestieri che conosciamo andrà a scomparire con l’avvento dell’automazione, la formazione è fondamentale per vivere il cambiamento da protagonisti.
Ludovica Palmieri