TLC, l’interessante studio Luiss-WindTre su “Il settore Telco in Italia: assetto normativo e analisi di impatto”.

31 Marzo 2022

Riportiamo subito il dato più evidente: secondo lo studio (scaricabile QUI), presentato il 15 marzo scorso, per ogni miliardo investito in banda larga mobile la produzione lorda totale cresce di 2,6 miliardi, mentre per la rete fissa l’incremento è di 2,7 miliardi. In più, tali investimenti potrebbero portare per la rete mobile oltre 15mila risorse FTE (Full time equivalent) e per l’infrastruttura fissa 17mila. Infine, un aumento del 10% della penetrazione della banda larga può produrre un aumento dell’1% del Pil (0,9% nel caso di banda larga mobile).

Lo studio è una ricerca sullo stato di salute del settore delle telecomunicazioni in Italia, realizzato analizzando il quadro normativo di riferimento ed evidenziando gli aspetti che incidono sulle potenzialità di sviluppo e sui benefici degli investimenti in infrastrutture e servizi per l’economia nazionale.

L’analisi è stata condotta con rigore scientifico e metodologico e valuta in modo organico anche l’impatto ambientale dell’aumento della penetrazione della banda larga (fissa e mobile) in termini di riduzione delle emissioni di CO2.

Molto importante il riferimento ai limiti di esposizione ai campi elettromagnetici: lo studio sottolinea l’urgenza di uniformare la normativa vigente in Italia, molto restrittiva, a quella adottata prevalentemente in Europa. L’adozione di limiti elettromagnetici più severi (10 volte maggiori) di quelli raccomandati dalle istituzioni internazionali è infatti associata a una mancata crescita del PIL pro capite pari al 3,2 per cento.

La fotografia delle Telco in Italia

Il primo dato che emerge nettamente dalla fitta ed esaustiva serie di tabelle dello studio è che “negli ultimi anni, a fronte di investimenti pressoché stabili, i ricavi hanno conosciuto una riduzione drammatica” e come “il settore sia su un sentiero non sostenibile nel medio-lungo periodo, dal quale non sarà possibile deviare senza una radicale discontinuità rispetto al passato”.   

Altro dato che emerge chiaramente è come, in generale, tra i Paesi europei l’Italia sia ancora particolarmente in ritardo nel percorso di trasformazione digitale: il riferimento è all’indice DESI che confina l’Italia al quart’ultimo posto nell’UE28, precedendo soltanto Romania, Grecia e Bulgaria.

Così come il DESI anche l’analisi presentata mostra che tutti gli aspetti relativi alla trasformazione digitale appaiono connotati in Italia da criticità rilevanti.

“la penetrazione delle reti fisse a banda larga (soprattutto le VHCN, e in generale nelle aree rurali), seppure in aumento, sono ancora relativamente insoddisfacenti. Decisamente più avanzata è la posizione del Paese in ordine allo sviluppo della copertura della banda larga mobile in 4G/LTE, pressoché integrale anche nelle aree rurali. Le reti 5G sono ancora in una fase embrionale”. Lo sviluppo delle reti 5G “hanno già messo in evidenza che l’attuale assetto regolatorio e normativo pone vincoli irragionevoli e castranti agli operatori “.

In chiaroscuro anche la fotografia relativa ai prezzi della connettività a banda larga.

“Da un lato appare chiaramente che, per i diversi panieri considerati nell’analisi, le migliori offerte in Italia (in particolare quelle convergenti double e triple play) sono spesso più economiche di quelle medie europee (a volte inferiori anche a quelle europee per la sola connettività). Un altro elemento interessante è che i menù tariffari praticati in Italia per la banda larga sono meno articolati che negli altri Paesi europei, prevedendo importi identici per le diverse classi di velocità (per la connettività a banda larga fissa) o di traffico (per la connettività a banda larga mobile)”.

Se questa è sicuramente una buona notizia per i consumatori e le aziende, essa rappresenta un problema per gli operatori italiani che “si trovano a operare e a investire con la prospettiva di una redditività ridotta, nell’ambito di un contesto ipercompetitivo, con inevitabili conseguenze negative sulla loro attitudine a investire e innovare”.

Inoltre, i prezzi relativamente bassi e la penetrazione anch’essa relativamente bassa, portano ad “escludere che i consumatori italiani domandino poca connettività solo perché troppo costosa”.

Tra i fattori principali che condizionano la scarsa domanda di connettività sono senz’altro da annoverare “livelli di alfabetizzazione informatica inferiori a quelli medi europei e connotati da notevoli disparità tra regioni”.

Anche per le imprese si riscontrano “criticità e disomogeneità nell’adozione di tecnologie digitali avanzate tra classi dimensionali diverse. Solo il 18 per cento delle imprese con più di 10 addetti ha adottato tecnologie Ict in misura consistente (almeno 7 delle 12 funzioni mappate da ISTAT nella costruzione del Digital Intensity Index, si veda ISTAT 2020)”.

Un miglioramento in tal senso si è avuto grazie alla risposta delle imprese alla situazione pandemica, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo di computer connessi a Internet e la quota di imprese che si sono dotate di un sito Web per rendere disponibili informazioni sui prodotti e servizi offerti. Dall’analisi risulta inoltre che

“il valore che le imprese attribuiscono ai servizi digitali dipende strettamente dalla consistenza dimensionale delle imprese stesse”.

Sarebbe pertanto auspicabile che le “analisi dei mercati rilevanti, anche ai fini regolatori, fossero condotte quantomeno separando il segmento corporate dagli altri con clientela affari”.

Le ultime due evidenze raccolte in questa prima parte completano il quadro. È sempre più evidente che “il settore delle telecomunicazioni ha da anni prospettive di scarsa sostenibilità degli investimenti, sia sulla rete fissa che quella mobile”.

A fronte infatti di ingenti investimenti, “il profilo temporale dei ricavi è segnato da una decrescita marcata e inesorabile”.

Appare chiaro quindi che, in assenza di correttivi tempestivi e profondi, “le prospettive e i benefici connessi al pieno sfruttamento del potenziale legato alla trasformazione digitale possano essere compromessi” e che “tali correttivi devono intervenire sull’assetto regolatorio e normativo del settore”.

Sintetizzando: “il regolatore ha fino ad oggi promosso la concorrenza nel settore essenzialmente consentendo ai competitori l’accesso alla rete o ai servizi dell’incumbent”.

Questo approccio ha di fatto caratterizzato, più o meno esplicitamente, tutta l’azione di policy regolatoria, sia nel comparto fisso che in quello mobile.

Conseguenza di ciò sono stati prezzi della connettività fissa e mobile tra i più bassi in Europa, con indubbi vantaggi per i consumatori italiani, ma con scarsi incentivi per gli operatori all’investimento e sempre meno risorse.

Sotto il profilo dell’assetto normativo, “gli investimenti infrastrutturali sono stati spesso rallentati, quando non frustrati, da burocratizzazione, accavallamento di piani autorizzatori e scelte penalizzanti, adottate oltre ogni evidenza scientifica”.

Ciò ha complicato e scoraggiato i progetti di investimento. Anche tuttora le procedure autorizzatorie richieste agli operatori per avviare i propri piani di investimento sono estremamente complesse, coinvolgendo un numero elevato di interlocutori istituzionali e causando una moltiplicazione dei costi di transazione per gli operatori.

In ultimo, “anche l’azione politica ha mostrato limiti inaccettabili, dando l’impressione di privilegiare, più spesso di quanto non fosse ragionevole, il marketing elettorale rispetto agli obiettivi di crescita e sviluppo del Paese”.

I limiti sull’esposizione ai campi elettromagnetici – eccessivamente restrittivi rispetto a quelli raccomandati da istituzioni indipendenti e adottato prevalentemente in Europa – rappresentano un caso esemplare.

“Vi è ormai la necessità improcrastinabile di un cambio radicale di registro: gli interventi normativi e regolatori che hanno impatto sul settore delle TLC devono essere disegnati e implementati avendo in mente l’obiettivo di massimizzare la velocità e le ricadute della trasformazione digitale”.

Analisi delle principali criticità emerse nel Fitness Check

“Velocità, qualità e pervasività della rivoluzione digitale saranno fattori centrali nella partita competitiva tra Paesi e tra regioni”. Per ottenere aumenti di produttività e di competitività nell’economia ed il miglioramento del benessere dei cittadini, il processo di transizione dovrà prevedere “un’evoluzione armonica e sinergica del sistema paese”.

Se questo è l’obiettivo primario, lo studio della Luiss e Windtre, tramite un esercizio di fitness check (controllo di adeguatezza) condotto sul sistema italiano, fa emergere alcune criticità profonde che hanno a che fare con “l’impostazione complessiva delle azioni normative e di policy economico-regolatoria poste in essere”.

Alla base c’è la questione delle risorse disponibili per assecondare la trasformazione digitale: gli ingenti investimenti necessari per l’ammodernamento e il potenziamento delle reti a banda larga fissa e mobile presuppongono “da un lato una capacità di convogliare risorse in questo senso, dall’altro l’incentivo razionale a farlo”.

Sotto il primo profilo, come abbiamo già detto in precedenza, l’andamento ormai strutturalmente decrescente dei ricavi e della redditività degli operatori infrastrutturali di telecomunicazioni fa riflettere sull’opportunità di alcune scelte regolatorie operate finora e sulla necessità di un cambio di approccio.

Ciò che in aggiunta si sottolinea in questa parte dell’analisi è che gran parte del valore prodotto dall’ecosistema della banda larga è “sottratto alle disponibilità dei sistemi paese in cui lo stesso viene generato poiché gli OTT – che estraggono il grosso del valore aggiunto – di fatto si sottraggono all’imposizione fiscale nazionale grazie alle opportunità di arbitraggio consentite dalla natura immateriale e aspaziale delle attività svolte”.

Il secondo profilo, relativo alla coerenza dell’incentivo razionale in capo agli stakeholder con gli obiettivi politicamente auspicati, è “certamente il punto nevralgico emerso dal fitness check: le evidenze emerse denotano azioni di politica economica (regolatoria, industriale) e normative poco lungimiranti, che procedono a compartimenti stagni, talvolta senza il necessario conforto di evidenze scientifiche, e che spesso costituiscono una modalità di implementazione inappropriata della policy disegnata”.

È quindi evidente che in queste condizioni l’efficacia dell’azione politica, anche qualora le misure previste fossero quelle giuste, ne risulterebbe mortificata.

In pratica,

“riservare nel PNRR una parte allo sviluppo delle infrastrutture digitali, evidenziando il ruolo che il 5G dovrà svolgere, senza contestualmente intervenire con l’armonizzazione dei limiti di esposizione rende la comunicazione agli operatori del settore delle TLC, alle imprese potenzialmente adottatrici delle nuove tecnologie e, in ultima istanza, ai cittadini, assolutamente non credibile”. Prevale infatti “l’esigenza prudenziale di temporeggiare, di verificare se e come la transizione digitale evolva, poiché è questa la risposta coerente con aspettative non chiare”.

Quindi l’insieme delle criticità vengono ricondotte ad un unico fenomeno, cioè che “l’Italia ha un grave problema di qualità delle istituzioni”, riferendosi sia alla fase di disegno delle norme e della regolazione, sia alla loro implementazione.

“E siccome leggi e regolamenti sono tanto decisivi quanto la loro attuazione nelle attività routinarie della Pubblica Amministrazione, un dato livello qualitativo della normativa potrebbe venire compromesso da un’azione amministrativa inadeguata”.

In Italia i meri principi di legalità formale, paradigma egemonico che permea le routine e il comportamento delle burocrazie del Governo e della PA, sortisce l’effetto ambivalente di contrastare le pressioni al cambiamento che vengono dal suo esterno, fino a depotenziare le stesse riforme istituzionali.

Inoltre, “l’azione normativa in Italia procede tipicamente per frequenti cambiamenti e riforme di tenore incrementale e marginale, che si aggiungono all’esistente, producendo proliferazione e stratificazione normativa”, senza introdurre periodiche razionalizzazioni.

Per concludere, “l’apparato normativo e regolatorio italiano poggia su meccanismi caratterizzati da elevati costi di transazione, bassa certezza del diritto, elevata litigiosità e farraginosità: fattori che indubbiamente condizionano l’iniziativa privata, e che costituiscono una zavorra agli investimenti privati e allo sviluppo economico del Paese”.

Analisi dell’impatto economico delle Telco

Quest’ultimo capitolo dello studio fornisce un ventaglio di quantificazioni dell’impatto della banda larga fissa e mobile su diverse grandezze socioeconomiche di interesse.

Si conferma che gli investimenti in infrastrutture a banda larga fisse e mobili, di per sé, generano “effetti moltiplicativi rilevanti su valore della produzione, occupazione e valore aggiunto”; inoltre la penetrazione dei servizi di connettività a banda larga costituisce uno dei “motori della crescita del PIL pro capite e della sostenibilità ambientale nelle economie considerate”.

Ne conseguono indubbi benefici collettivi. “Le regressioni sottolineano, però, anche altri aspetti che rendono l’analisi originale e innovativa rispetto ai contributi in letteratura: esse evidenziano, in particolare, il ruolo della qualità istituzionale e propongono una misurazione dell’impatto sul PIL pro capite derivante dall’adozione di limiti all’esposizione ai campi elettromagnetici più restrittivi di quelli raccomandati”.

I risultati sono coerenti con la teoria economica sottostante: “crescono di più i paesi che hanno una qualità istituzionale più elevata e che adottano politiche sui limiti elettromagnetici meno restrittive”. E ancora: “quando norme e regolazione non impongano in capo agli operatori privati oneri e rischi eccessivi, inefficienze burocratiche, opacità di vario genere, vincoli irragionevoli e ingiustificati – allora il sistema economico cresce più rapidamente”.

L’ultima parte dello studio evidenzia che anche “la riduzione delle emissioni di CO2, e quindi una maggiore sostenibilità ambientale, può essere annoverata tra le ricadute positive di una maggiore penetrazione della banda larga”.

È evidente quindi, da un lato, la “necessità di rendere la macchina amministrativa e burocratica più leggera e funzionale agli obiettivi socioeconomici”, dall’altro “l’opportunità di adottare misure di policy «evidence based», cioè confortate da analisi economico-statistiche rigorose e scientificamente robuste”.

I commenti

Per Corti, amministratore delegato designato di WindTre, è necessario un assetto normativo che incoraggi il settore. Anche Davide Quaglione, Coordinatore “Comunicazioni elettroniche” Luiss, conferma:

«C’è un problema di dotazione istituzionale, vale a dire il sistema di regole che determinano il modo in cui il Paese procede».

Raffaella Paita, presidente della Commissione Trasporti, Poste e Tlc della Camera, evidenzia che ora

«abbiamo una grande occasione per rafforzare la nostra offerta data dagli investimenti PNRR e abbiamo anche normative europee che ci spronano a essere più efficaci».

Redazione Open Gate Italia

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