Vinili: tra pandemia e sostenibilità il futuro di un’arte “immateriale”
Che i dischi in vinile siano tornati in auge non è un mistero, quello che ancora non si capisce, dopo alcuni anni di pseudo boom, è se questo trend positivo si consoliderà in una robusta nicchia di mercato.
La domanda c’è
La domanda dei dischi in vinile è in crescita già da tempo, evidenziando un mercato abbastanza attivo, ed è ulteriormente aumentata durante il lockdown.
La maggiore richiesta è stata soddisfatta da grandi rivenditori come Amazon, che nell’ultimo anno e mezzo hanno incluso molti più titoli nei loro cataloghi.
I dati diffusi da Billboard
Secondo i dati diffusi da Billboard, la principale classifica musicale dell’industria discografica statunitense, negli Stati Uniti i ricavi degli album in vinile potrebbero raggiungere il miliardo di dollari entro la fine dell’anno, quasi 400 milioni di dollari in più rispetto al 2020, segnato dagli effetti dell’epidemia.
Il fenomeno ha interessato le major della distribuzione musicale, che hanno visto in tale supporto un’occasione per particolari iniziative di marketing rivolte a promuovere i propri artisti.
Ovviamente non è stato inventato nulla di nuovo: così come da anni fanno le piccole etichette e le band del circuito indipendente, le cosiddette major hanno cercato di estendere la popolarità del vinile come oggetto da collezione.
I dati FIMI
Negli ultimi mesi sono state pubblicate edizioni speciali o vinili multicolori di popstar come Harry Styles, ex cantante della band One Direction, e Billie Eilish. In Italia i Måneskin, vincitori dell’Eurovision Song Contest, hanno pubblicato l’lp Teatro d’ira – Vol. I in vinile arancione trasparente.
La scelta delle case discografiche ha pagato e anche in Italia le vendite sono state buone: secondo i dati della FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, il vinile dei Måneskin è stato il più venduto nei primi sei mesi dell’anno.
Fine line di Harry Styles e il suo disco d’esordio, omonimo, del 2017, si sono piazzati in seconda e quarta posizione, mentre The Dark Side of the Moon, classico dei Pink Floyd uscito nel 1973 e da sempre uno tra i più venduti, ha perso qualche posizione, scendendo al quinto posto.
Difficoltà di produzione
Il rinnovato interesse delle grandi case discografiche ha avuto effetti su tutto il mercato con conseguenze per stampatori, etichette indipendenti e negozi.
Negli ultimi mesi la richiesta di stampare dischi in vinile è aumentata così tanto che Phonopress, la più nota azienda italiana stampatrice di vinili con sede in provincia di Milano, è stato costretto a inserire un avviso sul suo sito internet che indicava tempi di attesa di almeno dodici settimane.
Se la domanda dovesse continuare a crescere, è probabile che tali tempi di consegna potrebbero allungarsi ancora.
La situazione delle fabbriche di produzione
Il mercato musicale a partire dall’inizio degli anni Ottanta aveva concentrato i suoi investimenti sulla produzione di compact-disc (CD), e molte fabbriche che producevano dischi in vinile diventarono obsolete e fallirono.
Negli ultimi anni, però, negli Stati Uniti ne sono nate circa una dozzina di nuove, che si sono aggiunte alle poche che non hanno mai chiuso.
Il problema principale è, però, che queste fabbriche devono utilizzare presse per produrre dischi in serie, presse che non vengono più fabbricate e quindi ne acquistano di usate, assemblate per lo più negli anni Sessanta e Settanta: l’ultima sembra sia stata costruita nel 1982.
Anche il costo non è da poco: costano circa 25 mila dollari, mentre è stato stimato che progettarne e costruirne una nuova costerebbe circa 500 mila dollari.
Alle nuove attenzioni di artisti popolari nei confronti dell’oggetto vinile, però, non è quindi seguito uno sviluppo dell’industria dei vinili, di fatto ancora artigianale. L’offerta, insomma, non riesce a seguire la crescita della domanda, e i prezzi si alzano.
Sostenibilità ambientale di un’arte “immateriale”
La musica viene, a torto, considerata come la più immateriale delle arti. In realtà, nonostante oramai l’uso massivo dell’on-line, la musica contribuisce fortemente allo sfruttamento delle risorse ambientali, e la dipendenza da queste risorse è problematica
Kyle Devine sul rapporto Musica e Risorse ambientali
Ne parla diffusamente Kyle Devine, docente al dipartimento di musicologia dell’Università di Oslo, nel suo libro intitolato “Decomposed”. In particolare, afferma Devine, tre sono le forme di “materialità” della musica: prima del 1950, i 78 giri erano fatti di gommalacca, una resina naturale ricavata dagli insetti; poi si passò al vinile e alla plastica, e infine questi materiali vennero rimpiazzati dai download digitali e dagli streaming.
In ognuna di queste fasi ci sono state o ci sono persone e processi che sono centrali per ciò che la musica è, per come funziona e per le conseguenze che ha.
Tralasciamo le considerazioni sull’on-line che, sarà si immateriale, ma il suo consumo di GB si porta dietro consumi energetici non da poco, dovuti ad infrastrutture di archiviazione, elaborazione e trasmissione dei dati, che hanno emissioni di gas serra potenzialmente anche più elevate rispetto alla produzione degli LP, e concentriamo l’attenzione sulla produzione del vinile.
Il processo di produzione dei vinili oggi
Nell’ultimo secolo i principi tecnologici alla base della produzione dei dischi in vinile non sono cambiati, e le macchine per la produzione sono vecchie di decenni. Il vinile è un polimero plastico sintetico: i granuli di PVC vengono scaldati, fusi e trasformati in dischetti simili a quelli dell’hockey, poi pressati e scaldati di nuovo.
PVC
Il processo di produzione del PVC è complicato: si ottiene sintetizzando i componenti chimici, il materiale grezzo viene quindi mescolato con vari additivi, riscaldato per formare un composto di plastica fusa e tramite una matrice vengono ricavati i granuli.
L’attuale ciclo di produzione prevede approfonditi controlli di qualità per realizzare questo composto, ma va considerato che il PVC contiene sostanze cancerogene e la produzione genera acque reflue
. Tali liquami sono spesso riversati nei fiumi, soprattutto in paesi con scarsi controlli come la Thailandia, uno dei principali produttori, andando così ad incrementare la quantità di “plastica” dispersa nell’ambiente.
Se si tiene conto che questa problematica esiste dall’epoca in cui i vinili erano in auge, cioè gli anni ‘70, si può comprendere quanto danno è stato fatto.
Scrive Davine:
“Negli anni Settanta, la Keysor-Century Corporation (sede a Los Angeles), forniva all’industria discografica statunitense circa 20 milioni di chili di PVC all’anno. Nel 1977 la Keysor-Century venne messa sotto inchiesta dall’Agenzia per la protezione ambientale (EPA), e poi di nuovo all’inizio 2000 quando venne anche multata per più di 4 milioni di dollari per aver esposto i lavoratori a esalazioni tossiche, per aver rilasciato sostanze tossiche nell’aria e aver scaricato illegalmente acque reflue”.
Il futuro del vinile
I vinili sono effettivamente oggetti di una certa bellezza: sono grandi, si possono utilizzare come complementi d’arredo, hanno un “suono” particolare e preciso e sono un regalo quasi sempre apprezzato proprio perché “materiale”.
Anche se si parla di un loro ritorno da tempo, in effetti non sono mai scomparsi e la domanda è se e quanto dureranno, anche se sotto forma di nicchia di mercato.
I fattori vincolanti che bisognerà risolvere sono la difficoltà di produzione, gli alti costi e non ultimo il loro impatto ambientale.
La volontà degli operatori del mercato, quasi tutti appassionati di vinile, c’è ed uno di questi, Ferruccio Melchiori, titolare di Dischivolanti (negozio sui Navigli a Milano) ha dichiarato:
“La mia priorità, e che credo dovrebbe essere anche quella del mercato, è continuare a curare il bacino dei fruitori, di ragazzi e ragazze appassionati di musica cui consigliare un buon disco”.
Arnaldo Merante