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Weekly Pills

I principali fatti dal mondo della politica
Focus
Settimana
28-2
ottobre

I fatti salienti della settimana

28 settembre – 2 ottobre 2026

Sommario

1. Verso la Manovra: CdM su DPFP dopo vertice di maggioranza e via libera alle risoluzioni

2. Draghi a Zurigo: senza crescita l’euro non regge 

3. Caro carburanti: l’effetto domino del price cap coinvolge anche Tamoil, la soddisfazione dell’esecutivo     

4. Suppletive Reggio Calabria, il centrodestra vince con Roscioli: flop di Vannacci e futuro nazionale        

1. Verso la Manovra: CdM su DPFP dopo vertice di maggioranza e via libera alle risoluzioni

Il Consiglio dei ministri è atteso oggi, 2 ottobre, per approvare il Documento programmatico di finanza pubblica, aprendo il percorso dell’ultima manovra della legislatura del Governo Meloni. Il passaggio arriva al termine di una settimana di lavoro parlamentare e politico: l’ok delle Commissioni Bilancio alle risoluzioni che “incardinano” il documento e il vertice tra Giorgia Meloni e i leader della coalizione riunitosi ieri sera a Palazzo Chigi.

Il presupposto formale del CDM odierno è arrivato dalle Camere. La Commissione Bilancio della Camera ha approvato la risoluzione sui contenuti del DPFP che sarà presentato dal Governo, con un testo unitario che impegna l’esecutivo a presentare il documento entro il 2 ottobre, in linea con quanto già indicato dalla risoluzione votata il giorno prima dalla Commissione Bilancio del Senato. Le risoluzioni vincolano il Governo sui contenuti del documento: l’aggiornamento del quadro macroeconomico e di finanza pubblica, coerente con il percorso della spesa netta concordato in sede UE, tenendo conto degli effetti dell’eventuale attivazione della clausola di salvaguardia nazionale (NEC). Il testo prevede inoltre un passaggio parlamentare rafforzato: in caso di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per gli investimenti in energia e difesa, il Governo è impegnato a presentare una relazione al Parlamento.

Il lavoro sul DPFP e la prossima Manovra 2027 è proseguito con il vertice convocato ieri a Palazzo Chigi. Al tavolo con il presidente del Consiglio hanno preso posto i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Due i dossier al centro del confronto. Il primo è la richiesta all’Europa di maggiore flessibilità: nella stessa giornata Meloni ha inviato una lettera alla UE chiedendo di riconoscere l’impatto delle spese aggiuntive determinate dall’aumento dell’inflazione, insieme al tema del caro energia. Il secondo è il dimensionamento della clausola di salvaguardia, su cui il nodo è stato il capitolo difesa.

Il Consiglio dei ministri è quindi chiamato oggi ad approvare il DPFP e la relazione da trasmettere al Parlamento e a Bruxelles per l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, il meccanismo che consente una deroga temporanea alle regole di bilancio europee per finanziare spese legate a energia e difesa. Sul fronte dei numeri, l’orientamento è verso un’attivazione parziale. Ad agosto il Parlamento aveva autorizzato uno scostamento da 36 miliardi – 22 per la difesa e 14 per le spese green – ma l’importo dovrebbe scendere a 28 miliardi.

Secondo le indiscrezioni, i 28 miliardi sarebbero così ripartiti: 14 nel 2027 e 14 nel 2028, con 7 miliardi per l’energia e altrettanti per la difesa in ciascun anno. Il margine di prudenza è imposto dal quadro dei conti: avendo mancato l’obiettivo dell’uscita anticipata dalla procedura di deficit, i costi dell’attivazione della clausola peserebbero al momento sul deficit, da qui la necessità di non far lievitare il disavanzo.

Il DPFP detta la cornice della prossima legge di bilancio, la cui impronta è segnata dall’anno pre-elettorale e dalle spinte interne alla coalizione. Tra le misure allo studio figurano un intervento sull’Irpef e l’ipotesi di ecobonus al 65%, con un taglio dell’Irpef per i redditi medio-alti stimato intorno ai 2,8 miliardi.

Resta sullo sfondo il tema delle coperture, con l’atteso contributo del settore bancario. Quanto al calendario, dopo il possibile ok odierno del CDM, il testo sarà inviato a Camere e Commissione europea. Seguiranno il via libera europeo alla clausola, il voto parlamentare sullo scostamento a maggioranza assoluta e la presentazione del Documento programmatico di bilancio. Il Consiglio dei ministri dovrà approvare poi la legge di bilancio entro il 20 ottobre per l’avvio dell’esame parlamentare.

2. Draghi a Zurigo: senza crescita l’euro non regge

Senza crescita, l’architettura dell’euro rischia di non reggere. È l’avvertimento lanciato ieri da Mario Draghi al Politecnico federale di Zurigo, dove l’ex presidente della Bce ha tenuto la decima Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera.

Draghi ha difeso gli acquisti di titoli pubblici degli anni della crisi, necessari con un’inflazione sotto l’obiettivo, ma ha avvertito che oggi la Bce non può più compensare da sola le debolezze strutturali dell’Unione.

Il nodo è il debito. I tassi di interesse, ha spiegato, si decidono sempre più fuori dall’Europa: la crescita è l’unica leva rimasta. Secondo le stime citate, il rialzo dei tassi a breve atteso dalla fine dello scorso anno costerà tra 1,1 e 1,3 punti di crescita nel triennio 2026-2028. Tagli di spesa e nuove tasse, da soli, non bastano.

La risposta indicata è l’integrazione: riforme sovranazionali, completamento del mercato unico e dell’unione dei mercati dei capitali, come già proposto nel suo rapporto sulla competitività del 2024. Oggi il rendimento del capitale delle grandi imprese europee è circa un quinto più basso che negli Stati Uniti.

La proposta più concreta riguarda l’intelligenza artificiale: 100 miliardi di euro dal bilancio Ue per la capacità di calcolo, con l’obiettivo di portare la quota europea al 15% entro il 2030.

In chiusura, Draghi ha chiesto ai legislatori nazionali ed europei di assumersi la piena responsabilità della crescita come obiettivo comune dell’Unione. Se accetteranno questa sfida, è stata la conclusione, l’Europa potrà avviare il proprio rinnovamento.

3. Caro carburanti: l’effetto domino del price cap coinvolge anche Tamoil, la soddisfazione dell’esecutivo

La pressione dei rincari energetici sulle famiglie e sulle imprese registra una prima svolta sul fronte della distribuzione dei carburanti. Dopo gli annunci di Eni, IP e Q8, anche Tamoil Italia si è unita alla misura di contenimento volontario dei prezzi, introducendo un tetto massimo (price cap) per benzina e gasolio fino al 31 ottobre. Con l’adesione della compagnia controllata dal gruppo Oilinvest, sale a oltre 11.500 il numero degli impianti distribuiti sul territorio nazionale che applicheranno tariffe calmierate, coprendo più del 50% della rete italiana.

Le iniziative adottate dai principali gruppi petroliferi prevedono una combinazione di sconti progressivi e limiti rigidi alla pompa. Nello specifico, le soglie fissate prevedono tetti orientativi attorno a 1,994 euro al litro per la benzina e 2,194 euro al litro per il diesel. L’obiettivo dichiarato dalle aziende è mitigare l’impatto della volatilità dei mercati internazionali sostenendo la mobilità dei consumatori, pur mantenendo meccanismi di supporto modulari per la sostenibilità economica dei singoli gestori di impianto.

La risposta del Governo non si è fatta attendere. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso viva soddisfazione per i risultati ottenuti attraverso la linea della moral suasion istituzionale. Ringraziando apertamente i vertici dei gruppi coinvolti per aver accolto l’appello dell’Esecutivo, la premier ha sottolineato come la risposta coordinata delle grandi compagnie dimostri un senso di responsabilità sociale di fronte alla congiuntura economica favorendo la tutela del potere d’acquisto dei cittadini.

4. Suppletive Reggio Calabria, il centrodestra vince con roscioli: flop di Vannacci e futuro nazionale

Il 27 e 28 settembre si è votato nel collegio Reggio Calabria-Locri per l’elezione suppletiva alla Camera, resasi necessaria dopo le dimissioni da deputato di Francesco Cannizzaro, eletto sindaco di Reggio Calabria lo scorso luglio. Ha vinto Fabio Roscioli, avvocato romano candidato dal centrodestra su spinta della famiglia Berlusconi, con il 51,02% dei voti. Alle sue spalle Frank Benedetto, cardiologo ed ex capogruppo Pd, sostenuto da un campo largo insolitamente coeso tra Pd, M5S, Avs e altre formazioni, fermo al 36,59%. L’affluenza è stata appena del 22,34%, contro il 49,40% della precedente tornata di quattro anni fa.

Il punto più delicato riguarda il terzo nome in scheda. Domenico Giannetta, chirurgo con lunga esperienza amministrativa in Calabria, si è candidato per Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, dopo aver lasciato Forza Italia, dove era capogruppo in consiglio regionale: una defezione che gli era costata l’espulsione dalla maggioranza decisa dal governatore Roberto Occhiuto. I sondaggi della vigilia davano Giannetta tra il 10 e il 15%, con alcuni exit poll circolati nelle ore del voto che lo accreditavano in rimonta. Il risultato reale lo ha fermato al 10,94%. Lo stesso Occhiuto non si è lasciato sfuggire la battuta: “Vannacci voleva fare di Reggio Calabria la sua Sassonia? Ha preso solo sassate”.

Per il centrosinistra, la sconfitta conferma più che smentire un trend: nonostante l’inedita compattezza della coalizione intorno a Benedetto, il risultato resta distante da quello del centrodestra, in una regione dove il Pd fatica da tempo a incidere. Giorgia Meloni ha rivendicato l’esito come prova di coesione: “Il centrodestra si conferma unito anche nelle suppletive di Reggio Calabria, imponendosi sul campo larghissimo”.

Va detto: con un’affluenza sotto il 23% e un collegio tutt’altro che rappresentativo del Paese, il voto di Reggio Calabria racconta più della tenuta locale del centrodestra calabrese che degli equilibri nazionali. Ma la prova del fuoco per Vannacci, quella sì, era reale, e per ora l’ha persa.

 

Venerdì 2 ottobre, ore 16.30