Weekly Pills
I fatti salienti della settimana
30 marzo – 2 aprile 2026
Sommario
1. DL Energia: luce verde alla Camera, ora al senato.
2. Transizione 5.0: il dietrofront del governo.
3. Vannacci: no alla fiducia su DL Energia.
4. Le novità del Consiglio dei Ministri
4.1 Ok al decreto fiscale
1. DL Energia: luce verde alla Camera, ora al senato
La Camera dei deputati ha approvato il 31 marzo, in prima lettura, la conversione in legge del decreto Energia, su cui il Governo ha posto la questione di fiducia. Il provvedimento — un pacchetto da circa 5 miliardi di euro volto a contenere i costi energetici per famiglie e imprese — passa ora all’esame del Senato, con termine per la conversione fissato al 21 aprile 2026.
Il decreto interviene su più direttrici: dal sostegno alle utenze vulnerabili alle misure per le PMI, fino alla governance delle infrastrutture digitali e al rafforzamento delle tutele contro il telemarketing aggressivo nel settore energetico. Su quest’ultimo fronte, vengono introdotti strumenti per contrastare pratiche commerciali scorrette e migliorare la trasparenza nei rapporti con i consumatori.
In ambito infrastrutturale, il relatore ha sottolineato l’introduzione di un procedimento autorizzativo unico per data center e relative connessioni elettriche, indicandolo come un passaggio strategico per lo sviluppo digitale del Paese. Sul fronte energetico più sensibile, il rinvio al 2038 del phase-out del carbone è stato rivendicato dalla maggioranza come parte di una traiettoria coerente di transizione, mentre è stata respinta la lettura del decreto come intervento meramente emergenziale, rivendicandone la capacità di rispondere alle esigenze di famiglie e tessuto produttivo.
Il Partito Democratico contesta l’impianto complessivo del provvedimento, ritenuto prevalentemente compensativo e privo di una strategia strutturale di medio-lungo periodo per ridurre il differenziale di costo dell’energia rispetto agli altri Paesi europei. In particolare, viene evidenziata l’assenza di interventi sul meccanismo di formazione dei prezzi, considerato un nodo irrisolto.
Nel frattempo, il quadro di mercato contribuisce a rendere più complesso il passaggio parlamentare. ARERA ha segnalato un aumento dell’8,1% della tariffa elettrica per i clienti vulnerabili nel secondo trimestre 2026, mentre il Codacons stima bollette ancora superiori fino al 49% rispetto ai livelli del 2021, con un aggravio medio di circa 200 euro per utenza. Dati che rischiano di attenuare l’impatto delle misure adottate e che trasformano l’esame al Senato in un passaggio non solo tecnico, ma anche politicamente rilevante per la tenuta della maggioranza.
2. Transizione 5.0: il dietrofront del governo
Il Governo è tornato sul Piano Transizione 5.0 dopo le criticità emerse a seguito delle modifiche introdotte dal decreto fiscale, intervenendo per ripristinare le risorse inizialmente previste e riallineare il quadro degli incentivi alle esigenze del sistema produttivo.
La vicenda prende avvio proprio dal decreto fiscale, che aveva ridotto in modo significativo la dotazione del Piano per le imprese con domande ancora in sospeso per il 2025, determinando un abbattimento del credito d’imposta effettivo fino a circa il 35%. Una revisione che aveva suscitato un ampio fronte di critiche da parte delle associazioni di categoria e del mondo produttivo.
Il Piano Transizione 5.0 — strumento di politica industriale volto a sostenere gli investimenti in digitalizzazione ed efficientamento energetico attraverso crediti d’imposta — è così tornato al centro del confronto tra Governo e imprese.
La risposta dell’esecutivo è arrivata attraverso un tavolo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Al termine dell’incontro, il ministro Adolfo Urso ha annunciato il ripristino integrale delle risorse originarie, pari a 1,3 miliardi di euro, cui si aggiungono 200 milioni aggiuntivi, per una dotazione complessiva di 1,5 miliardi. La misura consente di riportare il credito d’imposta fino al 90% per gli investimenti ammissibili.
Nel complesso, la dotazione del Piano per la componente a credito d’imposta supera ora i 4 miliardi di euro. A questa si affianca la versione triennale basata sull’iperammortamento, rafforzata da 8,4 a 9,8 miliardi, portando il valore complessivo del pacchetto a circa 14 miliardi. Tra le modifiche figura anche l’eliminazione del vincolo del “Made in Europe”, con ampliamento della platea dei beni incentivabili.
Sul fronte industriale, Confindustria ha accolto positivamente la revisione, sottolineando il ripristino di un quadro di maggiore stabilità per gli investimenti. Resta ora il tema dell’attuazione operativa, in particolare per il decreto sull’iperammortamento atteso nelle prossime settimane. Dal lato delle imprese, Confindustria ha espresso una valutazione positiva sull’esito del confronto, evidenziando il recupero di condizioni di maggiore prevedibilità per gli investimenti. Resta tuttavia l’attenzione sui tempi di attuazione, in particolare per il decreto attuativo relativo all’iperammortamento, atteso nelle prossime settimane.
3. Vannacci: no alla fiducia su DL Energia
Continua il periodo di frizioni all’interno della maggioranza: tre deputati di Futuro Nazionale con Vannacci — Rossano Sasso, Edoardo Ziello ed Emanuele Pozzolo — hanno votato contro la fiducia posta dal governo Meloni sul decreto energia alla Camera, segnando una rottura netta rispetto alla maggioranza di centrodestra. La Camera ha approvato comunque la fiducia con 203 sì, 117 no e 3 astenuti, ma il voto contrario dei vannacciani non è passato inosservato.
In aula, l’on. Sasso ha motivato la scelta con toni duri nei confronti del provvedimento dichiarando: «Non abbiamo visto scendere il prezzo dei carburanti. Il problema energetico richiede interventi strutturali e non misure estemporanee».
Il voto rappresenta un’escalation rispetto a febbraio, quando i tre deputati avevano scelto una posizione intermedia: sì alla fiducia sul decreto Ucraina, no al decreto nel merito. Stavolta il no è arrivato su entrambi i fronti, allineando Futuro Nazionale di fatto con le opposizioni. La mossa viene letta come un segnale di crescente tensione con l’esecutivo, ma non come una rottura definitiva: Sasso ha ribadito che il sostegno al governo non è automatico e dipende dall’orientamento delle politiche verso “la tutela degli italiani”. Un avvertimento che il governo Meloni dovrà tenere in considerazione nella partita al Senato, dove la conversione del DL Energia deve avvenire entro il 21 aprile.
4. Le novità del Consiglio dei Ministri
4.1 Ok al decreto fiscale
Il Consiglio dei ministri del 27 marzo 2026 ha approvato il decreto legge n. 38/2026, battezzato dai tecnici «decreto fiscale» e dai meno pazienti «correttivo alla legge di bilancio»: a tre mesi dall’entrata in vigore della manovra, il governo ha infatti ritenuto opportuno risistemare alcune norme che, nella loro versione originale, avevano prodotto effetti diversi da quelli sperati. Proposta congiunta di Giorgia Meloni e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il decreto è entrato in vigore il 28 marzo con 60 giorni di tempo per la conversione in legge da parte del parlamento.
Il provvedimento tocca più fronti della fiscalità d’impresa. Ripristina il regime di esclusione dei dividendi al 95% e la participation exemption (PEX), con decorrenza 1° gennaio 2026, rimediando a una modifica involontaria introdotta dalla stessa legge di bilancio. Corregge poi la decorrenza del nuovo regime IVA per le operazioni permutative, limitandola ai contratti stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2026 e preservando i comportamenti pregressi. A queste due misure strutturali si affiancano un credito d’imposta del 35% per le imprese che avevano già presentato comunicazioni di investimento e un aggiornamento dei riferimenti normativi sul regime dei lavoratori impatriati, con applicazione a partire dal periodo d’imposta 2027.
La misura più attesa dal pubblico generalista è però la quinta: l’entrata in vigore della tassa sui piccoli pacchi (due euro a spedizione) viene rinviata al 1° luglio 2026. Una misura che non aveva mai entusiasmato nessuno e che il governo ha preferito rimandare, forse per non aggiungere un ulteriore fronte di polemica a una settimana già affollata di dimissioni e sconfitte referendarie. Si tratta della terza tornata di correzioni tecniche alla manovra 2026: un primato di cui probabilmente nessuno a Palazzo Chigi è particolarmente orgoglioso, ma che almeno dimostra una certa prontezza nel rimediare ai propri errori.
Venerdì 2 aprile, ore 17.00