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I fatti salienti della settimana
2 – 6 marzo 2026
Sommario
Sommario
1. Meloni: “L’Italia non entrerà in guerra”
2. Attacco Iran, il caso Crosetto.
3. L’Opposizione sempre più divisa sul referendum.
4. La Spagna dice no agli USA: Sánchez rifiuta l’uso delle basi
1. Meloni: “L’Italia non entrerà in guerra”
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito la posizione dell’Italia sulla crisi in Medio Oriente, intervenendo a ‘Rtl 102.5’: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”. La premier ha sottolineato che, nonostante le tensioni crescenti nella regione, l’Italia intende mantenere una linea di diplomazia e prudenza, evitando il coinvolgimento diretto in operazioni militari.
Meloni ha precisato che l’Iran sta “sostanzialmente bombardando i Paesi vicini, compresi quelli che avevano contribuito agli accordi sul nucleare”, esprimendo preoccupazione per le possibili ripercussioni sul territorio nazionale. “Stiamo valutando se ci siano margini per una ripresa del negoziato sul nucleare iraniano, che sarà impossibile se la Repubblica islamica non interrompe gli attacchi nella regione del Golfo”, ha aggiunto.
Sull’uso delle basi militari statunitensi in Italia, la premier ha chiarito che “ad oggi non abbiamo ricevuto alcuna richiesta in questo senso”, ricordando che le tre basi italiane sono regolate da accordi bilaterali del 1954, sempre aggiornati nel tempo. Inoltre, Meloni ha sottolineato che l’Italia, come altri Paesi europei, intende inviare aiuti di difesa aerea ai Paesi del Golfo, per proteggere le comunità italiane e i militari presenti nella regione, definita “vitale per gli approvvigionamenti energetici”.
La premier ha anche colto l’occasione per criticare le contraddizioni dell’opposizione sul tema di Gaza, evidenziando il ruolo dell’Italia come mediatore internazionale: “Siamo stati la prima nazione non musulmana a portare aiuti, sarebbe folle non partecipare al Board of Peace se si può fare la differenza nel consolidare una tregua fragile”.
Le dichiarazioni di Meloni hanno scatenato le reazioni delle forze di opposizione. Il PD ha denunciato un mancato confronto parlamentare: “La verità è che scappa dal Parlamento”, ha affermato Francesco Boccia, sottolineando i rischi economici e sociali della crisi e la necessità di conoscere la strategia del governo per tutelare famiglie e imprese. Simile la posizione del M5S, che ha criticato l’intervento in radio senza contraddittorio, definendolo “perfettamente allineato a Washington” e distante dal Parlamento. Anche Avs, con Angelo Bonelli, ha attaccato la premier per aver evitato l’aula, sostenendo che il Parlamento è il luogo naturale per riferire al Paese.
2. Attacco Iran, il caso Crosetto
Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto bloccato a Dubai dopo l’interruzione del traffico aereo a seguito dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran. Era partito da Roma venerdì con un volo civile per raggiungere la famiglia negli Emirati, ma l’improvvisa escalation militare ha impedito la ripartenza di tutti i voli di linea. Raggiunto via terra fino a Mascate, è stato prelevato da un jet Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare italiana, con una precisazione che il ministro ha tenuto a fare pubblicamente: ha bonificato al Comando del 31esimo stormo di Ciampino un importo triplo rispetto alla tariffa prevista per i voli di Stato, per togliere ogni pretesto polemico.
La sua assenza durante la crisi ha tuttavia aperto un acceso dibattito politico. Il M5S ha chiesto le dimissioni immediate, sostenendo che si tratti di una “questione non personale, ma istituzionale”: in una delle fasi più delicate per la sicurezza globale, il ministro della Difesa era fisicamente fuori dal Paese e impossibilitato a rientrare tempestivamente. Conte ha parlato di un ministro nel “luogo sbagliato al momento sbagliato, come un turista qualsiasi”.
Crosetto si è difeso con fermezza, definendo le polemiche “vergognose” e rivendicando l’utilità della sua presenza negli Emirati: “La mia permanenza qui è stata utile nella gestione della crisi e nei rapporti con gli Emirati Arabi”, ha dichiarato, aggiungendo di aver avuto interlocuzioni con i colleghi europei e mediorientali e un contatto con il Pentagono.
Il 2 marzo, in audizione alle Commissioni congiunte Esteri e Difesa, il ministro ha scelto di assumersi una responsabilità personale: «Avrò sbagliato come ministro e chiedo scusa, perché avevo i miei due figli e volevo stare lì», giustificando la scelta con il fatto che «nessuno era stato avvertito dell’attacco» e ribadendo che l’Italia intende mantenere un ruolo di mediazione nella crisi mediorientale.
In un’intervista successiva, Crosetto ha chiuso il cerchio sulle polemiche residue, negando qualsiasi interesse economico a Dubai e smentendo tensioni con la Presidente del Consiglio Meloni. Ha concluso con un monito geopolitico: «Siamo sull’orlo della più grande crisi che il mondo abbia vissuto e l’Iran è solo un tassello. L’UE deve dotarsi di una credibile capacità di difesa contro minacce missilistiche».
3. L’Opposizione sempre più divisa sul referendum
A meno di tre settimane dal referendum sulla separazione delle carriere, in programma il 22 e 23 marzo, e con lo Stabilicum appena depositato in Parlamento, il centrosinistra italiano mostra crepe sempre più difficili da nascondere.
Ufficialmente compatta per il No alla riforma costituzionale della magistratura, nella pratica l’opposizione appare tutt’altro che coesa, con strategie divergenti e posizioni personali che smentiscono la narrativa dell’unità.
PD, M5S e AVS hanno tutti dichiarato il loro sostegno al No, ma la convergenza si ferma alle dichiarazioni di facciata. Il Partito Democratico definisce il referendum “la scelta più importante della legislatura”, mentre Giuseppe Conte conduce una campagna autonoma dal tono più populista, parlando di “referendum salva-casta”. Le tensioni tra i due partiti sono così evidenti che ogni chiarimento formale è stato rinviato a dopo il voto, a dimostrazione che l’unità sbandierata resta, nella pratica, un’illusione.
Ancora più fratturata appare l’area centrista. Italia Viva non prende una posizione netta, Azione mantiene un atteggiamento ambiguo, mentre Più Europa registra la frattura più evidente: i suoi due soli deputati, Magi e Della Vedova, hanno votato in modo opposto rispetto alle direttive di partito. Persino all’interno del PD, figure come Bettini e l’ex deputato Ceccanti si sono dette favorevoli al Sì, rompendo con la linea ufficiale del partito.
I sondaggi mostrano una partita aperta: secondo YouTrend, il No è in leggero vantaggio (53,1%), ma solo in caso di bassa affluenza. Una situazione che evidenzia come un’opposizione incapace di parlare con una sola voce rischi non solo di perdere il referendum, ma anche di compromettere la propria credibilità come alternativa di governo in vista delle elezioni politiche del 2027.
4. La Spagna dice no agli USA: Sánchez rifiuta l’uso delle basi
In un momento di forte tensione internazionale, con gli Stati Uniti pronti a intervenire militarmente contro l’Iran, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha preso una posizione netta e decisa: la Spagna non parteciperà ad alcuna operazione militare e sostiene unicamente una soluzione diplomatica alla crisi sul nucleare.
La decisione di Madrid arriva mentre il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato possibili ripercussioni economiche e commerciali sulla Spagna, dopo il rifiuto di offrire le proprie basi per un attacco congiunto di Washington e Tel Aviv contro Teheran. La Casa Bianca ha ribadito che l’opzione militare resta sul tavolo se necessario, alimentando il dibattito internazionale e mettendo sotto pressione gli alleati europei.
Mentre Francia e Germania hanno espresso disponibilità a sostenere eventuali operazioni militari, seppur con cautela, e la maggior parte delle istituzioni europee invocava un cambio di regime in Iran, Sánchez ha chiarito che la Spagna sceglie la via del dialogo: “La posizione del governo spagnolo si riassume in tre parole: no alla guerra”, ha dichiarato, ribadendo il pieno sostegno di Madrid al canale negoziale dell’AIEA e invitando tutte le parti a tornare al tavolo dei colloqui.
La scelta spagnola ha anche motivazioni interne. Il governo Sánchez è di minoranza e dipende da alleanze fragili con partiti progressisti e pacifisti: una posizione bellicista sarebbe stata difficilmente compatibile con i partner di governo. Al tempo stesso, la Spagna intende rivendicare un ruolo diplomatico distintivo in Europa, in particolare nel Mediterraneo, dove può fungere da ponte tra l’Unione europea, il mondo arabo e l’Iran, un ruolo che i Paesi del Nord Europa faticano a esercitare.
L’approccio di Madrid rappresenta così una linea politica coerente e autonoma rispetto agli alleati più forti: privilegia la mediazione, evita l’escalation militare e ribadisce la capacità dell’UE di esercitare autonomia strategica Il tema, destinato a dominare il prossimo Consiglio europeo, rischia però di spaccare ulteriormente l’UE, già divisa sulla guerra in Ucraina.
Venerdì 6 marzo, ore 13.30