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dicembre

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Speciale Settimana Politica

30 dicembre 2025

Speciale Legge di Bilancio

La Legge di Bilancio 2026, il provvedimento che definisce entrate e spese dello Stato per il prossimo anno, è stata approvata definitivamente martedì 30 dicembre 2025 dalla Camera dei Deputati senza modifiche, dopo il via libera del Senato lo scorso 23 dicembre, dopo il voto di fiducia e il maxiemendamento del governo che ne modificava interamente la prima sezione.

Le principali novità

Per le imprese, la manovra prevede un pacchetto articolato di interventi che unisce incentivi ad investimenti e misure di rafforzamento della politica industriale. Spicca lo stanziamento di circa 3,5 miliardi di euro per il settore manifatturiero nel 2026, accompagnato dalla reintroduzione dell’iperammortamento per gli investimenti in beni strumentali “made in EU” effettuati entro il 30 settembre 2028. Tornano inoltre le risorse per il credito d’imposta Transizione 5.0 e per la Zes Unica del Mezzogiorno, con copertura degli investimenti già realizzati ed estensione temporale fino al 2028. Vengono rifinanziati strumenti chiave come la Nuova Sabatini e i Contratti di sviluppo, insieme a incentivi per processi di aggregazione e tutela occupazionale. Nel medio periodo, dal 2028, è prevista anche l’introduzione di una ritenuta d’acconto sulle imprese, che segna un ulteriore irrigidimento del quadro fiscale.

  • Sanità e fisco

Un primo pacchetto di misure di carattere più generale riguarda sanità e fisco. Sul fronte sanitario è previsto un incremento delle risorse per il Servizio sanitario nazionale, con fondi destinati al personale e alla prevenzione, e una maggiore pressione sulle Regioni che non garantiscono i livelli essenziali di assistenza. In ambito fiscale, il taglio dell’Irpef sul secondo scaglione riduce l’aliquota dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro, con un beneficio annuo massimo di circa 440 euro. A ciò si affianca la nuova rottamazione delle cartelle, la cosiddetta quinquies, che consente la regolarizzazione dei debiti fiscali e contributivi affidati alla riscossione tra il 2000 e il 2023, con piani di pagamento diluiti e tassi di interesse ridotti.

  • Irap e RC Auto

Più strutturato e potenzialmente impattante è l’intervento sul settore finanziario. La manovra introduce un aumento di due punti percentuali dell’Irap per banche e assicurazioni, segnando un rafforzamento del contributo richiesto a questi comparti. Per le banche viene rivisto il regime delle imposte differite attive (Dta) e slitta la possibilità di attingere alle riserve con aliquote agevolate nei primi anni, incidendo sulla pianificazione fiscale degli istituti. Per le assicurazioni, invece, è previsto un versamento anticipato di 1,3 miliardi di euro, attraverso il pagamento in acconto dell’85% del contributo sui premi Rc Auto e natanti. Una misura che migliora il profilo di cassa dello Stato ma che rischia di riflettersi sui prezzi finali e sulla struttura dei premi assicurativi.

Proprio sul fronte Rc Auto si concentra uno degli interventi più controversi della manovra. Dal 1° gennaio 2026, l’aliquota applicata ai premi relativi al rischio infortunio del conducente e all’assistenza stradale passa dal 2,5% al 12,5%. Si tratta di un aumento molto rilevante che si inserisce in una fase già caratterizzata da un incremento significativo del costo medio delle polizze negli ultimi anni. Il rischio è quello di un ulteriore aggravio per automobilisti e famiglie, con effetti indiretti anche sulla mobilità privata e sulla percezione del carico fiscale complessivo legato all’utilizzo dell’auto.

  • Tabacco e pacchi

Un altro capitolo sensibile è quello del tabacco. La Legge di Bilancio conferma un aumento progressivo delle accise su sigarette, tabacco riscaldato ed e-cig fino al 2028. Dal 2026 il rincaro medio per pacchetto è fissato a 15 centesimi, destinato a crescere negli anni successivi fino a raggiungere circa 40 centesimi. Viene inoltre introdotta una nuova disciplina per le nicotine pouches, i sacchetti contenenti nicotina, che include il divieto di vendita a distanza, obblighi di tracciabilità delle spedizioni, limiti di nicotina per involucro, avvertenze sanitarie e obblighi di sicurezza sulle chiusure a tutela dei bambini.

Sul versante delle altre entrate fiscali, la manovra introduce una tassa sui pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue, una misura che solleva interrogativi sulla sua effettiva applicabilità, considerato il quadro delle competenze doganali europee. Il rischio è che il prelievo finisca per gravare principalmente sui consumatori finali e sulle piccole imprese, senza incidere in modo significativo sui grandi operatori dell’e-commerce internazionale. Nello stesso filone si colloca il raddoppio della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, che dal 2026 passa dallo 0,2% allo 0,4%, rafforzando il contributo del settore finanziario al gettito ma con potenziali effetti sulla competitività dei mercati.

Nel complesso, la Legge di Bilancio 2026 restituisce l’immagine di una manovra che combina sostegno mirato alle imprese e rafforzamento delle entrate, con una particolare attenzione ai settori regolati. Un’impostazione che apre spazi di interlocuzione istituzionale soprattutto su Rc Auto, finanza e tabacco, dove gli effetti economici e sociali delle misure potrebbero alimentare un confronto più ampio nei prossimi mesi.

Reazioni politiche e istituzionali

Il via libera definitivo alla Legge di Bilancio ha acceso uno scontro politico durissimo, non solo sulle misure, ma anche sul metodo con cui la manovra è stata approvata. Un dibattito compresso, consumato di fatto al Senato e senza modifiche nell’altro ramo del Parlamento, ha riaperto una polemica ormai strutturale sul ruolo delle Camere e sulla progressiva riduzione degli spazi di confronto.

Sul fronte delle opposizioni, l’attacco è stato frontale. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha parlato di una manovra priva di visione: «Non c’è nulla di nulla nella sanità, non c’è un piano sanitario, come pure non c’è un piano sulla sicurezza, non c’è un piano sulla scuola, sull’istruzione. Nulla di nulla. Solo grandi investimenti per le armi». Una critica che incrocia anche il tema della spesa per la difesa, su cui il governo viene accusato di sacrificare le politiche sociali.

Ancora più dura la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha definito la manovra «un elenco di promesse tradite». «Volevate abolire la Fornero e invece avete aumentato l’età pensionabile, avete aumentato le minime solo di un paio di caffè, avete abolito Opzione Donna e avete aumentato le accise. Non vi crede più nessuno», ha detto in Aula. Per Schlein si tratta di una legge di bilancio che «non si occupa dei veri bisogni primari degli italiani», non interviene sulle bollette, «aiuta i ricchi» e certifica «una crescita pari a zero». Da qui l’annuncio di un pacchetto di 16 proposte alternative, «tante quanti sono gli emendamenti della coalizione progressista».

Di segno opposto la lettura della maggioranza. Per la Lega, Riccardo Molinari, la legge di Bilancio ha raggiunto risultati importanti, ringraziando esplicitamente il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: «Questa legge di Bilancio ci porterà nei limiti di spesa fissati dall’Ue e avvia un percorso virtuoso per uscire un anno prima dalla procedura di infrazione». «Giorgetti ha dimostrato che si possono tenere i conti in ordine tagliando le tasse e aumentando la spesa sociale», ha aggiunto.

A difendere l’impianto della manovra è intervenuto lo stesso Giorgetti, respingendo le accuse di una legge di bilancio “per i ricchi”: «È semplicemente falso… Tutti dicono che lo sforzo che abbiamo fatto si concentra sui redditi medio-bassi, soprattutto sui lavoratori dipendenti». Giorgetti ha anche affrontato il nodo del dibattito parlamentare, mostrando autocritica sul metodo: «La sessione di bilancio dovrebbe durare due mesi e mezzo o tre… Progressivamente questo si è andato perdendo e di questo mi rammarico».

Sul capitolo pensioni, il ministro ha contestato la narrazione dell’opposizione: «Dicono che abbiamo allungato l’età pensionabile, ma in realtà abbiamo ridotto di due mesi nel 2027 l’aumento automatico che sarebbe stato di tre mesi». E ha aperto alla possibilità di ulteriori correttivi nel 2026, compatibilmente con l’andamento dei conti pubblici.

Quanto alla spesa per la difesa, Giorgetti ha chiarito che «non abbiamo tolto un euro alla spesa sociale per destinarla alle armi». Il confronto, ha spiegato, sarà rinviato alla prossima primavera e solo «se e quando usciremo dalla procedura di infrazione», valutando eventualmente una deroga per non intaccare sanità, scuola e istruzione.

Accanto alla Lega, anche Forza Italia ha espresso soddisfazione. Per il vicepremier Antonio Tajani si tratta di «una buona manovra che va in direzione del sostegno al ceto medio», con segnali per le imprese, investimenti nella sanità e il blocco di sugar tax e plastic tax. «Il voto in Aula ha confermato il giudizio del Parlamento», ha detto.

Dalla maggioranza è arrivata anche la difesa della premier Giorgia Meloni, che ha definito la manovra «seria e responsabile», costruita in un contesto complesso e orientata a concentrare «le limitate risorse su famiglie, lavoro, imprese e sanità». Ma le critiche non si fermano ai partiti di opposizione tradizionali. Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha attaccato duramente sui social: «Aumenta la pressione fiscale, aumenta il debito, non blocca la fuga dei cervelli, non aiuta imprese e famiglie». E ha aggiunto: «Servivano misure coraggiose come la nostra Start Tax per tenere i giovani in Italia. Invece abbiamo un compitino svogliato, fatto talmente male che sono gli elettori di destra i più delusi».

Al di là del merito, resta però il tema istituzionale. Il caos e le forzature intorno alla manovra non sono sempre state la norma. Tra il 2006 e il 2017 le leggi di bilancio sono state discusse e modificate da entrambe le Camere, con poche eccezioni legate a contesti straordinari. Anche in momenti politicamente delicati, come nel 2016 dopo le dimissioni di Matteo Renzi, furono trovati accordi per garantire un passaggio pieno sia alla Camera che al Senato. La prassi di concentrare tutto in un solo ramo del Parlamento prende invece forma nel 2019, con il primo governo Conte, e da allora si è progressivamente consolidata. Una consuetudine che oggi viene criticata trasversalmente e che, come ha ammesso lo stesso Giorgetti, rischia di svuotare il confronto parlamentare proprio nel momento più delicato dell’anno legislativo. Un tema destinato a restare sul tavolo, anche dopo l’approvazione definitiva della manovra.