Lobby e Advocacy: quali differenze?

18 Luglio 2020

I professionisti del Public Affairs possono rappresentare interessi non solamente di natura politico- economica, ma anche sociale. Spesso questa attività viene definita “Advocacy” e, secondo molti addetti ai lavori, si tratta di un processo simile a quello utilizzato nel Public Affairs.

In un articolo precedente è stato analizzato il tema del lobbying e di come questo si articoli.

Quali sono, dunque, le differenze tra Public Affairs e Advocacy?

Lobby e Advocacy: una definizione

Per quanto il fine ultimo rimanga quello di influenzare un decisore pubblico, con l’intento di ottenere un vantaggio o di evitare uno svantaggio, esistono delle differenze sostanziali tra lobby e Advocacy.

La Treccani prova a offrire una definizione delle due azioni, ponendo il focus sull’attività espletata da chi le esercita:

Lobby: [«loggia, tribuna», e quindi tribuna del pubblico (in aule parlamentari)].
Termine usato negli Stati Uniti d’America, e poi diffuso anche altrove, per definire quei gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi.

Advocacy [propr. «patrocinio, sostegno»].

Processo civile con cui una persona o un gruppo di persone cercano di dare appoggio a una politica, che sia essa sociale, economica, legislativa ecc., e di influenzare la relativa distribuzione delle risorse umane e monetarie. Grazie all’utilizzo dei social media, di Internet e dei sondaggi, l’a. può orientare l’opinione pubblica e di conseguenza indirizzare le politiche pubbliche.

In altre parole, l’advocacy esercita un’azione indiretta sulle istituzioni, facendo leva sull’opinione pubblica mentre il professionista del Public Affairs agisce direttamente sulle figure politiche per esercitare un’azione di influenza.

Come nasce l’advocacy?

La prima ufficiale azione di advocacy risale agli anni ’60, con la teorizzazione da parte di Paul Davidoff del c.d. Advocacy Planning, nel quale si sottolineava il fatto che pianificare l’advocacy fosse necessario al fine di raccogliere le istanze di minoranze o soggetti a basso reddito che sarebbero altrimenti rimaste inascoltate.

Davidoff era un avvocato-attivista convinto dell’importanza di costruire un sistema “umanistico e pluralistico” per difendere gli interessi di clienti di basso livello socioeconomico che non possedevano risorse per poter essere rappresentati.

Il processo di pianificazione avrebbe portato notevoli miglioramenti alla qualità democratica del paese, passando attraverso una roadmap definita in tre fasi:

  • sensibilizzazione dei cittadini per infondere maggiore consapevolezza riguardo la possibilità di sviluppare piani in base alle loro esigenze;
  • creare una struttura che potesse alimentare la concorrenza tra i promotori dell’advocacy, per poter migliorare gli standard qualitativi del servizio offerto;
  • incoraggiare la partecipazione costruttiva, creando un’ambiente favorevole all’acquisizione di feedback e suggerimenti.

L’advocacy ai giorni nostri

Oggi, le azioni di lobbying e advocacy vengono spesso considerate sinonimi. Non esiste una definizione univoca e condivisa che ne evidenzi similarità e differenze ma anzi, è interessante notare come tra gli stessi addetti ai lavori, vi siano opinioni discordanti.

C’è infatti chi le considera due attività ben distinte e ben separate, sostenendo che se il lobbying è un’azione diretta nei confronti del potere esecutivo e legislativo, l’advocacy è un’attività più complessa di influenza nei confronti dell’opinione pubblica.
Al contempo c’è invece chi sostiene che l’advocacy è uno strumento del lobbying stesso, da intendere come rappresentanza a tutto tondo di una determinata issue.

Come già detto, se con il lobbying si intende influenzare le scelte del decisore, per mezzo dell’advocacy l’obiettivo è quello di porre una tematica al centro dell’agenda politica attraverso campagne di sensibilizzazione (mediatiche o social), pubblicazioni di sondaggi e ricerche o azioni volte a sensibilizzare allo stesso tempo sia l’opinione pubblica che il legislatore.

Oltre ai classici gruppi di interesse e professionisti del Public Affairs vengono perciò coinvolti altri attori come associazioni, organizzazioni no-profit e think tank, per dare voce a problematiche che faticherebbero a trovare autonomamente il proprio spazio nel dibattito pubblico.

Pietro Venturini

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