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Lug

I fatti salienti della settimana

Settimana Politica n. 29/2022

18-22 Luglio

SPECIALE CRISI DI GOVERNO

La crisi scoppiata la scorsa settimana non rientra. Dopo le comunicazioni del Presidente del Consiglio al Senato, rese su richiesta del Presidente della Repubblica Mattarella, M5S, Lega e Forza Italia non votano la fiducia al Governo. Draghi sale al Colle e rassegna le proprie dimissioni. Il Capo dello Stato scioglie le Camere e convoca le elezioni, che si terranno il 25 settembre.

Le comunicazioni di Draghi al Senato

Nella giornata di mercoledì, il Presidente del Consiglio Mario Draghi si presenta al Senato, come richiesto dal Presidente della Repubblica Mattarella, per comunicare al Parlamento le ragioni che lo hanno spinto, pochi giorni prima, a presentare le proprie dimissioni – respinte dal Capo dello Stato.

Nel proprio intervento, il Presidente del Consiglio sottolinea come la decisione di dimettersi, “tanto sofferta, quanto dovuta”, sia stata imposta dal “venir meno della maggioranza di unità nazionale che ha appoggiato questo Governo”, il quale, nato “per affrontare le tre emergenze che l’Italia aveva davanti: pandemica, economica, sociale”, avrebbe dovuto poggiarsi “sul presupposto dell’unità nazionale”.

Draghi rivendica con orgoglio l’azione del proprio esecutivo nei 18 mesi in cui è stato in carica: l’uscita del Paese dalla pandemia, la crescita dell’economia del 6,6%, la riduzione del rapporto debito/PIL, il raggiungimento di tutti gli obiettivi dei primi due semestri PNRR, la ferma condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e il saldo posizionamento dell’Italia all’interno del campo euro-atlantico, il progressivo superamento della dipendenza energetica dal gas russo (“In pochi mesi, abbiamo ridotto le nostre importazioni di gas russo dal 40% a meno del 25% del totale e intendiamo azzerarle entro un anno e mezzo”) e i 33 miliardi di aiuti a famiglie e imprese per far fronte alla crisi energetica.

Il Presidente del Consiglio si rivolge con durezza alle forze politiche, accusandole di aver fatto emergere, con il passare dei mesi, “un crescente desiderio di distinguo e divisione”, mostrando “un progressivo sfarinamento della maggioranza sull’agenda di modernizzazione del Paese” su riforme importanti come quella del CSM, quella del catasto e quella delle concessioni balneari. Bersaglio degli attacchi di Draghi sono – pur non essendo mai citate – il MoVimento 5 Stelle, per la sua posizione sulla guerra in Ucraina (“In politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del Governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del Presidente Putin”) e la Lega (“Le richieste di ulteriore indebitamento si sono fatte più forti proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione alla sostenibilità del debito”), le quali, con le loro azioni, avrebbero fatto venir meno “il desiderio di andare avanti insieme”.

Verso i 5 Stelle è ancora più esplicita l’accusa di aver aperto la crisi, non votando la fiducia al Decreto Aiuti. Su questo punto, Draghi è molto duro: “il voto di giovedì scorso ha certificato la fine del patto di fiducia che ha tenuto insieme questa maggioranza. Non votare la fiducia a un governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro, che ha un significato evidente. Non è possibile ignorarlo, perché equivarrebbe a ignorare il Parlamento. Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che chiunque può ripeterlo. Non è possibile minimizzarlo, perché viene dopo mesi di strappi ed ultimatum”.

Contrariamente a quanto ritenuto da alcuni osservatori, Draghi lascia però una porta aperta per rientrare dalla crisi e riprendere l’azione di Governo, invitando i partiti a “ricostruire da capo questo patto” stretto nel febbraio 2021. A far tornare il Presidente del Consiglio sui propri passi rispetto alla decisione di dimettersi non è però la fiducia nelle forze politiche, ma “la mobilitazione di questi giorni […] senza precedenti e impossibile da ignorare” e la “domanda di stabilità”, che “impone a tutti noi di decidere se sia possibile ricreare le condizioni con cui il Governo può davvero governare”.

L’ex governatore della BCE elenca poi i fronti su cui il Governo deve muoversicon efficacia e tempestività”:

  1. il PNRR, con il raggiungimento entro fine 2022 di 55 obiettivi per lo sblocco della terza rata di aiuti europei e il completamento delle riforme degli appalti, della concorrenza, del fisco e della giustizia;
  2. la realizzazione di un’agenda sociale, con misure di aiuto a famiglie e imprese per far fronte all’aumento dei prezzi dell’energia, la riduzione del carico fiscale sui lavoratori, il rinnovo dei contratti collettivi, l’introduzione del salario minimo, la revisione del reddito di cittadinanza e una riforma delle pensioni;
  3. la politica energetica, con la diversificazione dei fornitori e l’accelerazione sulle rinnovabili, la realizzazione delle infrastrutture necessarie e la revisione dei bonus sull’edilizia;
  4. il posizionamento geopolitico dell’Italia, incondizionatamente a fianco di UE e NATO, il sostegno all’Ucraina con l’invio di armi, la battaglia in Europa per il tetto al prezzo del gas e la riforma del mercato elettrico.

La conclusione del discorso è un appello alle forze politiche che sa di ultimatum: “Tutto questo richiede un Governo che sia davvero forte e coeso e un Parlamento che lo accompagni con convinzione […]. All’Italia non serve una fiducia di facciata, che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi. Serve un nuovo patto di fiducia […]. I partiti e voi parlamentari – siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che si è poi affievolito? Sono qui, in quest’Aula, oggi, […] solo perché gli italiani lo hanno chiesto. Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani”.

M5S, Lega e FI non votano la fiducia, Draghi si dimette

La porta lasciata aperta dal Presidente del Consiglio viene richiusa subito dalle forze politiche. PD, Italia Viva e Insieme per il Futuro si schierano apertamente con Draghi, così come il gruppo Misto (con alcune eccezioni). I grillini non arretrano dalle proprie posizioni, evidenziando come non siano venute meno le ragioni che hanno portato il gruppo, una settimana prima, a non votare la fiducia al Decreto Aiuti. Ma è dal centrodestra che arriva la chiusura più netta e, in parte, inaspettata. Le parole di Draghi su concorrenza e fisco infastidiscono la Lega. Il capogruppo del Carroccio Romeo e il senatore forzista Gasparri ribadiscono la posizione espressa dai propri partiti nei giorni precedenti, ovvero la disponibilità ad un Governo Draghi bis solamente senza i 5 Stelle. Posizione irricevibile per il Presidente del Consiglio e che dimostra l’indisponibilità di ampia parte della maggioranza a siglare quel “nuovo patto” auspicato da Draghi.

Con il passare delle ore, le possibilità per il Governo di ottenere la fiducia si riducono progressivamente. Lega e FI ribadiscono la richiesta di “discontinuità” e la disponibilità a far parte di un Governo “profondamente rinnovato” e senza grillini. La Lega presenta una risoluzione in tal senso, modificata più volte nel primo pomeriggio. Ma si tratta di azioni di facciata, l’intenzione di strappare è sempre più evidente.

Alla ripresa dei lavori, Draghi replica duramente agli attacchi dei partiti, tuonando contro reddito di cittadinanza (“è una cosa buona, ma se non funziona è una cosa cattiva”) e Superbonus (“il problema sono i meccanismi di cessione. Chi li ha disegnati senza discrimine o discernimento? Sono loro i colpevoli di questa situazione per cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti”) e pone la fiducia sulla risoluzione Casini, che recita lapidaria “Il Senato, udite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, le approva”. Il significato è chiaro: o viene data la fiducia a questo Governo, oppure l’esperienza dell’Esecutivo termina qui.

Lega e FI annunciano che non voteranno la fiducia, così come i 5 Stelle. Al momento della chiama, il centrodestra esce dall’Aula, mentre i pentastellati rimangono come “presenti non votanti”, per permettere il raggiungimento del numero legale che garantisce la validità della votazione. Al termine della votazione, il risultato recita: senatori presenti 192, senatori votanti 133, maggioranza 67, favorevoli 95, contrari 38. Costituzione e Regolamento alla mano, il Governo avrebbe ottenuto la fiducia. Ma è chiaro che non vi sono più le condizioni perché l’azione dell’Esecutivo vada avanti.

Nella mattina di giovedì, dopo una brevissima tappa a Montecitorio, Draghi sale al Colle per rassegnare le proprie dimissioni, stavolta irrevocabili. Dopo 523, termina il quarto Governo della XVIII legislatura.

Mattarella scioglie le Camere, si vota il 25 settembre

Contrariamente a quanto fatto appena una settimana prima, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella accetta le dimissioni del Presidente del Consiglio e, dopo un breve incontro con i Presidenti di Camera e Senato – come prescritto dall’articolo 88 della Costituzione – firma il decreto di scioglimento delle Camere, sancendo la fine anticipata della legislatura.

Nel comunicare la propria decisione, il Capo dello Stato evidenzia come, pur essendo “lo scioglimento anticipato del Parlamento […] sempre l’ultima scelta da compiere, particolarmente se, come in questo periodo, davanti alle Camere vi sono molti importanti adempimenti da portare a compimento nell’interesse del nostro Paese”, tale decisione è stata resa “inevitabile” dalla “situazione politica che si è determinata […] La discussione, il voto e le modalità con cui questo voto è stato espresso ieri al Senato hanno reso evidente il venir meno del sostegno parlamentare al Governo e l’assenza di prospettive per dar vita a una nuova maggioranza”.

Mattarella ricorda come “il periodo che attraversiamo non consente pause negli interventi indispensabili per contrastare gli effetti della crisi economica e sociale […] per contenere gli effetti della guerra della Russia contro l’Ucraina sul piano della sicurezza dell’Europa e del nostro Paese […] per la sempre più necessaria collaborazione a livello europeo e internazionale. A queste esigenze si affianca […] quella della attuazione nei tempi concordati del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, cui sono condizionati i necessari e consistenti fondi europei di sostegno. Né può essere ignorato il dovere di proseguire nell’azione di contrasto alla pandemia”.

Il Capo dello Stato termina con un richiamo ai partiti alla responsabilità: “Per queste ragioni mi auguro che – pur nell’intensa, e a volte acuta, dialettica della campagna elettorale – vi sia, da parte di tutti, un contributo costruttivo, riguardo agli aspetti che ho indicato; nell’interesse superiore dell’Italia”.

Il Consiglio dei Ministri, convocato nel tardo pomeriggio, fissa al 25 settembre 2022 la data delle prossime elezioni politiche. Sino ad allora, il Governo rimarrà in carica per il disbrigo degli affari correnti.

Le reazioni dei partiti e il nuovo quadro delle alleanze

La fine del Governo Draghi, e le modalità con cui questa è avvenuta, portano con sé un profondo stravolgimento nel quadro politico.

Le forze di centro si schierano con forza a fianco del Presidente del Consiglio dimissionario, attaccando duramente i partiti che non hanno votato la fiducia. Per il leader di Italia Viva Matteo Renzinulla sarà più come prima”, Luigi Di Maio parla di “pagina nera per l’Italia” mentre Carlo Calenda affonda sul piano geopolitico, pubblicando sui propri canali social le foto di Salvini, Berlusconi e Conte insieme a Putin, attaccando la vicinanza dei tre leader con la Russia e sottintendendo che la fine del Governo comporterà un cambiamento dell’orientamento italiano sul fronte della guerra in Ucraina (“Sarà un caso ma il governo più serio e atlantista della storia recente viene mandato a casa da tutti quelli che hanno sostenuto posizioni filoputiniane. Sarà un caso”).

Ad accomunare tutti i leader di centro (Renzi, Calenda, Di Maio, Toti, Brugnaro) vi è l’appoggio alla cd. “agenda Draghi”, ovvero il programma di Governo delineato dal Presidente del Consiglio nelle proprie comunicazioni al Senato. Ma la formazione di un raggruppamento centrista che possa presentarsi unito alle prossime elezioni appare estremamente complicato, e non solo per l’incompatibilità personali tra i diversi leader (su tutte quella tra Calenda e Di Maio), ma soprattutto perché la legge elettorale richiede schieramenti forti che possano permettere di vincere nei collegi uninominali. Per questo è probabile che, come ritiene Maurizio Lupi, “le prossime elezioni segneranno il ritorno al più ferreo bipolarismo”.

A sinistra, lo strappo dei 5 Stelle segna la fine del “campo largo progressista” e dell’alleanza con il PD. Per il Segretario dem Lettafar cadere Draghi significa essere contro l’Italia e gli italiani”, e “con i tre partiti che hanno fatto cadere il Governo è impossibile qualsiasi alleanza”. Sulla stessa linea il Ministro Franceschini, secondo il quale “con il M5S è finita”.

Il Presidente del M5S Conte si giustifica sostenendo che “il presidente Draghi è stato sprezzante con noi, veramente molto aggressivo, incomprensibilmente e ingiustamente […] Abbiamo subito un’umiliazione immeritata di fronte al paese, siamo rimasti sorpresi, sconcertati”, e riguardo l’alleanza con il PD, lascia aperto uno spiraglio, facendo intendere che il M5S è sempre disponibile (“Noi siamo una forza progressista […] spetterà al Pd fare le sue scelte”).

Mentre il fronte progressista si sfalda, nel centrodestra la caduta di Draghi porta ad un rafforzamento dell’alleanza Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia, che – sondaggi alla mano – ha ottime possibilità di conquistare Palazzo Chigi a settembre,

Salvini e Berlusconi, che indicano 5 Stelle e PD come responsabili della caduta del Governo (per il Segretario del Carroccio, Draghi e l’Italia “sono state vittime, da giorni, della follia dei Cinque stelle e dei giochini di potere del Pd. L’intero centrodestra era disponibile a proseguire senza i grillini, con Draghi a Palazzo Chigi e con un governo nuovo e più forte. Il Pd ha fatto saltare tutto”, mentre per Berlusconi “non volevamo far cadere Draghi, ma si è reso indisponibile a un bis. Probabilmente era stanco e ha colto la palla al balzo per andarsene”) riallacciano contatti costanti con la leader di FdI Giorgia Meloni, la quale, soddisfatta per la fine dell’Esecutivo e la convocazione delle urne (“la Storia ci ha dato ragione”), invita i partner della coalizione a “darsi delle regole” e vedersi “presto” per prepararsi alle elezioni.

Ma mentre per Salvini la mossa di non votare la fiducia a Draghi ha un ottimo ritorno da punto di vista politico, levando a FdI lo scettro di unica forza di opposizione, lo stesso non può dirsi per Forza Italia, che nel giro di 24 ore incassa la fuoriuscita dei suoi Ministri Maria Stella Gelmini (“non posso riconoscermi in questa scelta che ci mette sullo stesso piano del M5S”), Renato Brunetta (“non sono io che lascio, ma è FI […] che ha lasciato se stessa e ha rinnegato la sua storia”) e Mara Carfagna (“decisione che non ho condiviso, che sono convinta vada contro l’interesse del Paese […] quanto accaduto ieri rappresenta una frattura con il mondo di valori nei quali ho sempre creduto che mi impone di prendere le distanze e di avviare una seria riflessione politica”), tutti e tre profondamente in disaccordo con la decisione di levare l’appoggio al Governo. Dura la reazione di Berlusconi – che ha iniziato la campagna elettorale, candidandosi al Senato e promettendo pensioni minime a 1.000 euro – che attacca i tre fuoriusciti, “esponenti senza seguito né futuro politico […] riposino in pace”.

Le conseguenze sull’attività parlamentare

A seguito delle dimissioni, il Governo Draghi rimarrà in carica per il disbrigo degli affari correnti. Nella giornata di venerdì, il Presidente del Consiglio dimissionario ha firmato la circolare che delinea il perimetro degli affari correnti, ovvero delle attività che potrà svolgere fino all’insediamento del prossimo Esecutivo. In particolare, il Governo potrà adottare gli atti urgenti necessari per fronteggiare le emergenze nazionali, quelle derivanti dalla crisi internazionale e dalla situazione epidemiologica; inoltre potrà portare avanti l’attuazione (tramite atti legislativi, regolamentari e amministrativi) del PNRR e del Piano Nazionale Complementare.

Saranno però molti i provvedimenti che, con le Camere sciolte e il Governo dimissionario, subiranno arresti, rallentamenti o pesanti modifiche.

Il Parlamento terminerà in tempi rapidi l’esame dei decreti-legge in fase di conversione (Decreto MIMS 2 e Decreto Semplificazioni fiscali) e nei prossimi giorni varerà un nuovo decreto-legge (sul quale stava già lavorando), un cd. Decreto Aiuti bis, con misure – per circa 10 miliardi – a sostegno di famiglie e imprese per fare fronte alla crisi energetica e all’aumento dei prezzi.

Il primo provvedimento a fare le spese della caduta del Governo è il DDL Concorrenza, dal quale la X Commissione della Camera ha stralciato, nel primo pomeriggio di venerdì, l’articolo 10 sulla liberalizzazione del servizio pubblico non di linea, fortemente avversato da molte forze politiche (FdI, FI, Lega e LeU su tutte) e che aveva suscitato dure proteste da parte dei tassisti nei giorni scorsi. Lo stralcio della disposizione si è reso necessario per poter procedere con l’approvazione del DDL entro l’estate e dei decreti delegati entro l’anno, come richiesto dal PNRR.

Rientrano negli impegni PNRR anche altre tre riforme, attualmente all’esame delle Camere e da adottare in tempi rapidi: quella degli IRCCS, quella della giustizia tributaria e quella del Codice della proprietà industriale; tutti e tre i DDL dovrebbero vedere la luce senza particolari complicazioni.

Lo stesso non può dirsi per la cd. Delega fiscale, da approvare in via definitiva al Senato: l’approvazione non dovrebbe essere a rischio (nonostante alcuni punti di contrasto tra le forze politiche), ma il Governo potrebbe non avere il tempo per adottare i decreti delegati.

Infine, il Governo dovrà approvare in tempi stretti i decreti legislativi di alcune riforme già approvate, come quella del processo civile e del processo penale e quella del Codice degli appalti.

LE ALTRE NOTIZIE DELLA SETTIMANA

Il rialzo dei tassi della BCE

La Banca Centrale Europea ha annunciato, a partire dal 27 luglio, un rialzo dei tassi di interesse dello 0,50%, con l’obiettivo di contenere l’inflazione in costante aumento.

L’aumento, il primo dopo 11 anni, è stato accompagnato dalla presentazione del nuovo “scudo anti-spread”, il cd. Transmission Protection Instrument (TPI). La misura prevista dovrebbe mettere a riparo i Paesi maggiormente indebitati da attacchi speculativi sui titoli di Stato, anche se la sua concessione avverrà a determinate condizioni: un Paese che voglia avere diritto allo scudo della BCE non deve essere sottoposto a una procedura per deficit eccessivo, o deve avere in campo azioni per uscirne.

Gli accordi italiani sul gas con l’Algeria

A inizio settimana, il Governo ha concluso con l’Algeria una serie di accordi che rendono il Paese nordafricano il primo fornitore di gas dell’Italia, con il rilascio di oltre 4 miliardi di metri cubi di gas da parte della compagnia Sonatrach.

L’aumento delle forniture algerine è volto a compensare le perdite dovute al taglio del gas russo da parte di Mosca. Tuttavia, verso la fine della settimana l’azienda russa Gazprom ha aumentato i flussi di gas verso il nostro Paese tramite il gasdotto Nord Stream 1, motivando tale incremento con la fine dei lavori di manutenzione.

L’UE presenta il piano sul gas

La Commissione europea ha presentato il proprio piano per risparmiare il gas in vista del prossimo inverno. La misura punta a tutelare famiglie, ospedali, scuole e centrali elettriche a gas in caso di carenze significative di forniture dalla Russia. 

La Russia ci sta ricattando, usando l’energia come un’arma. Pertanto, che il taglio sia parziale o totale, l’Europa deve essere preparata” è quanto dichiarato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Il piano europeo prevede una riduzione del 15% della domanda di gas in tutta l’UE entro marzo 2023 e un rallentamento delle restrizioni per le imprese che passano a combustibili più inquinanti. Per l’Italia si prospetta un taglio di 8,3 miliardi di metri cubi. Bruxelles ha scelto di coadiuvare gli Stati membri a identificare e dare priorità, all’interno dei loro gruppi di consumatori non protetti, ai clienti o agli impianti più critici, soprattutto nell’industria, in modo che le riduzioni tocchino questi gruppi per ultimi. Il piano, che sarà discusso in una riunione di emergenza dei Ministri il 26 luglio, è stato accolto con favore da Berlino ma ha attirato diverse critiche, soprattutto da Spagna e Portogallo.

Kiev-Mosca, raggiunto l’accordo sul grano

A Istanbul, Russia e Ucraina hanno firmato l’accordo (il primo dall’inizio del conflitto, lo scorso 24 febbraio) sull’export del grano ucraino, che consentirà il passaggio di milioni di tonnellate di cereali tramite il Mar Nero, dove oggi sono bloccate. Soddisfatto il Presidente turco Erdogan, padrone di casa, secondo il quale “è una giornata storica, abbiamo risolto una crisi alimentare mondiale ed evitato l’incubo della fame nel mondo”. Plauso anche degli Stati Uniti, mentre la Presidente della Commissione UE von der Leyen si congratula con il Segretario generale dell’ONU Guterres “per i suoi instancabili sforzi per concludere gli accordi”. Proprio Guterres riconosce come un simile accordo tra due Paesi in guerra “è senza precedenti”.

L’accordo, che permetterà il passaggio non solo del grano ma anche di altri beni essenziali e dovrebbe scongiurare una crisi alimentare in molti Paesi in via di sviluppo, è stato firmato dai due Paesi in momento distinti, senza strette di mano tra i rappresentanti di Russia e Ucraina.

UE, il DMA è legge

Lunedì il Consiglio dell’Unione europea ha approvato in via definitiva il Digital Markets Act (DMA), la proposta di Regolamento che mira ad assicurare condizioni di parità in campo digitale e che stabilisce diritti e norme per i c.d. gatekeeper. L’approvazione da parte del Consiglio segue quella – avvenuta lo scorso 5 luglio – del Parlamento europeo; l’atto sarà ora pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’UE ed entrerà in vigore dopo sei mesi.

Venerdì 22 luglio, ore 19:00

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